Loud Reports

COLONY OPEN AIR 2017 – Il report del festival @ Pala Banco Di Brescia, Brescia – 23.07.2017

Testo di Alberto Biffi e Mara Cappelletto
Foto di Mara Cappelletto

Ed eccoci alla seconda giornata di questo incandescente festival. Non staremo a disquisire su tutto ciò che è stato detto prima, durante e dopo questo evento, e dopo un introduzione più che completa del nostro sempre attento Martino Brambilla Pisoni, direi che possiamo parlare subito di musica, dell’evento in sé e di ciò che ci ha trasmesso. Leggerete nelle prossime righe digitali un report scritto con il cuore in mano, in cui chi vi scrive vi dirà tutto senza filtri, lasciando però a voi il compito di tirare le somme di questo evento. Mi presento intorno a mezzogiorno ai cancelli del Pala Banco Di Brescia e un attesa di nemmeno 5 minuti mi fa constatare due cose: una minor affluenza e sopratutto un organizzazione che ha preso le misure, aggiustando il tiro goffamente impacciato del giorno precedente. Noto un grande afflusso di forze dell’ordine ma questo (a differenza di molti utenti del festival) non mi infastidisce, sopratutto grazie alla discrezione della polizia (saluto calorosamente Tir, il dolcissimo cane poliziotto che si è fatto coccolare da tanta gente “poco raccomandabile”), a volte incuriosita dalle band, altre volte seriamente interessata (più di un agente mi ha chiesto il nome della band che stava suonando in quel momento, evidentemente incuriosito dalla proposta). Una birra per carburare prima di entrare nell’accogliente struttura climatizzata (lo so, chiamare Open Air un festival al chiuso è equiparabile a quello che proviamo quando un DJ dice “suono in una discoteca”. C’è qualcosa di profondamente sbagliato), spendere gli ultimi soldi rimasti nei molti stand che proponevano vinili e si parte con li primo gruppo. I Kaiserreich hanno l’onere e l’onore di aprire questa seconda giornata musicale, dove il black metal e il death faranno da padroni. Non fanno molta strada i bravi blackster, arrivando da Brescia con il loro ‘Cuore Nero’ (ultimo lavoro risalente al 2015), il loro face painting e i loro costumi di scena, di sicuro non originali ma sempre di grande effetto.
Il cantante Serpent Est è sicuramente il loro asso nella manica, con il suo timbro abrasivo e la capacità di tenere l’enorme palco di questo evento. Il loro è un black metal di forte stampo svedese, in cui il riffing freddamente melodico è l’endoscheletro della proposta. Epici e magniloquenti, i Nostri sono un ottimo antipasto per la succulente giornata che ci aspetta. E qui, si palesa la mia prima difficoltà. Come ben saprete per un ordinanza comunale è stato fatto divieto di portare cibo e bevande all’interno della struttura ed ahimè, dovrò pur mangiare.

Pic: Kaiserreich

Kaiserreich 5

A farne le spese sono i Deceptionist, band che non riesco a vedere perché “colpevolmente” (perdonatemi, davvero) non resisto al ristorante presente nella location. Avete capito bene. La vituperata location non solo presentava un area concerti al chiuso e climatizzata e una seconda tensostruttura per il ristoro ma anche un vero ristorante… si, di quelli con i camerieri. Ora seguitemi in questa disamina: i cambi palco sono stati annunciati come velocissimi, e purtroppo o per fortuna, tutto ciò si è avverato. I cambi di palco fulminei sono stati la croce e la delizia di tutti, obbligati (dall’ordinanza comunale) a correre fuori tra un gruppo e l’altro per abbuffarsi di cibo e ingollare birra, magari fumandosi una sigaretta. Questa commistione di intoppi e cose invece di un efficienza nordeuropea, ha fatto si che il tutto non girasse come avrebbe dovuto e potuto. Torno all’interno (godendomi l’ottima temperatura, sicuramente meglio regolata rispetto al giorno precedente) quando ormai è il turno degli Ulvedharr, band di Clusone che, forte dell’imminente ‘Total War’, in uscita sotto l’egida di Scarlet Records il 18 agosto, si presenta sulle assi del COA. I Nostri ricordano gli Unleashed, e a mio avviso la loro forza è anche il loro tallone di Achille (ma non vorrei confondere i vari pantheon): una proposta monolitica, fatta di riff rocciosi e stop and go ritmici, il tutto protratto forse oltre misura. Il gemellaggio Bergen – Bèrghem comunque funziona, e la maschia presenza del singer Ark Nattling Ulv è davvero catalizzatrice di attenzione. Sicuramente una band che a mio personalissimo avviso rende molto di più su disco pur qui graziata da suoni sicuramente discreti.

Pic: Ulvedharr

Ulvedharr 1

Sicuramente una band che, a mio personalissimo avviso, rende molto di più su disco pur qui graziata da suoni sicuramente discreti. Gli Hideous Divinity e la sensazione di aver davanti un combo assolutamente compatto è data subito dal loro abbigliamento. Un sorta di divisa che porta il loro logo, un manifesto d’intenti, un far capire che sono un team, una squadra, un piccolo esercito di soldati scelti pronti a fare il culo a tutti con la loro musica. E ci riescono. Arrivano da Roma e ci aprono in due con il loro brutal death tecnico, fratello bastardo degli Hour Of Penance, co-fondati dal chitarrista degli Hideous Divinity Enrico Schettino. Qui si parla di una sorta di all star band “de noantri”, con un (devastante) Giulio Galati alla batteria, già con Nero Di Marte, Kenòs, Onryō e mille altri, un eccezionale Stefano Franceschini (Aborted) al basso, i chitarristi Schettino e Tomassucci e un virulento Enrico Di Lorenzo, un cantante che ancora non ho capito se il pubblico lo vuole conquistare o uccidere. Fa paura.

Pic: Hideous Divinity

Hideous Divinity 1

l giorno dopo la conclusione del fest, in mezzo a tante sterili polemiche un post spiccava tra tutti (stiamo parlando di Facebook ovviamente): Tya, il singer titolare del microfono degli Antropofagus da quel ritorno intitolato ‘Architecture Of Lust’, getta la spugna. Abbandonando la band (ma pronto per altre avventure) ci fa capire che abbiamo assistito all’ultimo concerto di un ottima line-up, autrice di due grandi dischi di verace brutal death (oltra al sopracitato comeback, ricordiamo il recente M.O.R.T.E.). Come hanno suonato? Come sempre. Tra i precursori del brutal death in Italia, nati nella fervente “Florida italiana”, ovvero la Liguria, i Nostri si sono resi protagonisti di una prestazione perfetta, tecnicamente (per loro) estenuante, con il growl di Tya sugli scudi, così potente da sovrastare (quasi) la perizia del fondatore Meatgrinder e della distruttiva sezione ritmica: Jacopo Rossi al basso e Davide Billia alla batteria. Umiltà, tecnica, impatto. Rispetto.

Pic: Antropofagus

Antropofagus 2

Primo act “straniero” in terra di Brescia, i maltesi Beheaded obbligano il nostro Davide Billia al doppio turno. Sedendo dietro le pelli anche per gli autori di ‘Beast Incarnate’, il nostro motore umano dotato di gambe spinge il death metal della band verso le nostre facce estasiate. Frank Calleja presenta i pezzi in inglese, e si gioca la parte del frontman alla stragrande, prima di stupirci e rallegrarci dicendo: “in italiano è meglio”. Comunica con noi a suon di bestemmie pronunciate perfettamente e, dotato di un ugola in polimeri, ci devasta i padiglioni auricolare. Una grande band che, secondo me, così come i nostrani Ulvedharr dal vivo perde molte delle sfumature delle propria musica, che su un palco acquista senz’altro in testosteronica potenza, ma perde in dinamica. Comunque promossi.

Pic: Beheaded

Beheaded 2

Ora un po di teatralità, un po di “cinema” come si dice in Lombardia e sopratutto in buon meneghino (“fa no il cinemaaaaa” equivale a: “non esagerareeee”). Una volta vista la grafica del telone issato dietro al drum kit, sfido chiunque a non aver pensato al Re Diamante. La musica dei Carach Angren infatti, pur vestita di nero black metal è la summa di tutto l’horror metal che tanto ci piace, vi affascina e ci diverte. Alice Cooper, Cradle Of Filth, King Diamond, Death SS. I Carach Angren proseguono questa tradizione, cantandoci litanie oscure, raccontandoci storie“di paura”. Ci mandano a letto obbligandoci a tenere la luce accesa, e il giorno dopo i nostri genitori non crederanno mai che quei mostri nell’armadio li abbiamo visti davvero. La loro musica è gotica, pomposa, e forse nuovamente la dimensione di un festival non è la migliore situazione in cui gustarceli. Chi ha riconosciuto nel pelato chitarrista sulla destra del palco, il buon Jack Owen? Il chitarrista di Cannibal Corpse e Deicide (tra gli altri) presta la sua sei corde alla band, che non delude, ma non coinvolge al 100%. Molta gente è fuori a bere e mangiare, facendo “merenda” in attesa del poker di feroce black metal che ci aspetta prima dei Carcass.

Pic: Carach Agren

Carach Angren 2

Per questi “fantastici quattro” del black, lascio la parola alla collega Mara Cappelletto, mentre il vostro umile scribacchino musicale si dedica alle public relations e allo stand di Loud And Proud Italy.

Arrivano gli Absu. La band di Plano Texas apre il suo set nella classica formazione a tre con Proscriptor nascosto dietro alle pelli. Il palco pressoché vuoto da una sensazione strana, ma dopo solo un pezzo sale in carrozza un secondo batterista e il frontman può occupare il centro della scena con le sue movenze mesmeriche e la sua voce d’oltretomba. Il pubblico è incantato: chi li conosceva già sta li a godersi tutto ciò che si aspettava, chi non li conosceva è estasiato dalla forza e la misticità che scaturisce da quell’uomo sul palco che si agita, gesticola, galleggia nella sua aura mistica che ben si sposa con la proposta musicale definita come mythological occult metal. Il concerto del quartetto statunitense si rivela perfetto, sia a livello esecutivo che di immagine; la band tira fuori dal suo cilindro (o dai mutandoni di pelo chissà) pezzi che soddisfano sia i fan della prima ora che chi ancora non li conosceva spaziando dal loro esordio ‘Barathrum V.I.T.R.I.O.L.’ fino a ‘The Third Storm of Cythraul’ passando per ‘She Cries the Quiet Lake’, ‘Swords and Leathers’ e ‘A Magician Lapis-Lazuli’. Da vedere di nuovo sicuramente, magari in un contesto più adatto ad apprezzare le tante particolarità che ci sono sfuggite stavolta. Nel momento esatto in cui sono saliti sul palco, tutta la sala del Pala Brescia si è resa conto della maestosità dei polacchi Mgla (si pronuncia “mgwa”, significa “nebbia”). I loro outfits completamente neri come anche il velo che copre il loro viso in contrasto con i giochi di luce bianca alle loro spalle li fanno apparire come delle macchie di inchiostro su un prezioso mandala. Questo sono gli Mgla: squarci sulle tele degli artisti futuristi, uno sguardo attraverso lo spazio, oltre la cortina che ci separa dall’ “oltre”. “…è l’infinito, e allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti, ed ecco che ho creato una dimensione infinita, un buco che per me è alla base di tutta l’arte contemporanea, per chi la vuol capire. Sennò continua a dire che l’è un büs e ciao…” Questo diceva Lucio Fontana riguardo alla sua arte e questo si può dire riguardo a questo Black Metal che grazie agli Mgla e a pochi altri gruppi sta maturando ancora e, nonostante sia saldamente ancorato al passato, porta con se uno spiraglio di innovazione e crescita. Il set si apre con ‘Further Down the Nest’, dall’omonimo Ep del 2007 e tre sono i pezzi scelti tra ‘Exercize in Futility’ (precisamente gli atti I, II e VI che chiude il set) inframmezzati da ‘With Hearts Towards -None I’ e ‘VII’, più ‘Mdlosci II’ e ‘Groza III’. La precisione con cui i pezzi vengono eseguiti, la freddezza siderale dei tre musicisti sul palco lasciano che le emozioni e le sensazioni fluiscano attraverso la sola musica liberando il black metal da tutte quelle sovrastrutture che nel tempo lo hanno appesantito e reso la macchietta di se stesso.

Pic: MGLA

Mgła 2

Eccolo il carrozzone dei Belphegor, con tutto il suo corollario di face painting, croci rovesciate e ossa (probabilmente facenti parte della collezione privata del leader). Helmut, unico sopravvissuto a innumerevoli cambi di line up e altre sfighe ha un’attitudine molto professionale, quasi come se le cose da dire e tutti i gesti da fare sul palco siano stati preparati meticolosamente in precedenza. Il pubblico accorre in massa per vedere l’esibizione degli austriaci e nessuno dei fan viene deluso: tutto il set ha una buona resa, i suoni escono discretamente e il pubblico poga felice spinto da tutta la pacchianata estrema che esce dagli amplificatori. ‘Gasmask Terror’,’Belphegor – Hell’s Ambassador’, ‘Lucifer Incestus’ ‘Conjuring The Dead / Pactum in Aeternum’ sono solo alcuni dei ciottoli del sentiero che porta diretto a ‘Totenkult – Exegesis Of Deterioration’, brano dall’album in uscita il prossimo 15 settembre su Nuclear Blast, ‘Totenritual’. La proposta degli austriaci resta quella di sempre, potremo dire anche scontata o costruita, addirittura stucchevole ma perfettamente eseguita e mai noiosa. What else? Dopo le varie vicissitudini che ci hanno portato finalmente all’inaugurazione del Colony Open Air, una delle paure serpeggianti espresse da pochi era quella di problemi riguardanti l’esibizione dei Marduk. Spesso i loro concerti sono accompagnati da polemiche e rappresaglie dai gruppi antifascisti (in Italia non è avvenuto mai nulla di importante, tipo annullare un concerto dopo le minacce di qualcuno) e, visto il clima che si è creato dei giorni precedenti, la possibilità che ci appellasse anche a una roba simile sembrava molto verosimile. Fortunatamente quindi, i Marduk sono potuti salire sul palco per la gioia di noi “vecchietti”. A vent’anni dall’uscita di ‘Heaven Shall Burn… ’ e più di venticinque dal primo demo ‘Fuck Me Jesus’, gli svedesi capitanati da Morgan Steinmeyer Håkansson non hanno smesso un giorno di odiare e farsi odiare. Ed è per questo che noi li amiamo. La setlist ridotta per motivi di tempo non ci nega la possibilità di assaporare tutta la carriera della band: dai pezzi potenti e ben strutturati dell’ultimo ‘Frontschwein’ al tuffo nel glorioso passato della conclusiva ‘Panzer Division Marduk’, tutto lo show è stato grandioso e spietato, senza troppi fronzoli e chiacchiere. L’ evoluzione del sound, in barba alle mode o alle tendenze, ha permesso alla band di adattare la propria musica alla modernità pur rimanendo unici e “immacolati”, se questo aggettivo si può usare per una band simile, motivo per cui alcuni dei loro album sono considerati pietre miliari della storia del black metal. In questa performance possiamo assaporarne perfettamente l’essenza. Lo scream del tanto odiato Mortuus è efficace e tagliente nella sua freddezza, un demone al comando di quest’armata ferale e anche se sono ancora in molti a rimpiangere Legion (che palle), la sua prova on stage coinvolge e soddisfa tutti. Tutta la band, conscia delle proprie possibilità e dei propri mezzi, devasta tutto ciò che incontra sul proprio cammino e lascia un vuoto che solo i Carcass potranno riempire…

Pic: Belphegor

Belphegor 2

Ridò il cambio alla nostra malefica Mara Cappelletto e faccio una cosa che non facevo da anni. Approfittando dell’esodo obbligatorio per il trittico (birra, salamella, pipì) mi incollo letteralmente alle transenne. Mi sento tanto una ragazzina in attesa di Justin Bieber… Chissenefrega. Ci sono i Carcass. Difficilmente il tanto criticato organizzatore di questo festival avrebbe potuto trovare un rimpiazzo all’altezza dei defezionari Morbid Angel, ma non solo c’è riuscito, ma a detti di molti (compreso il sottoscritto) ne ha trovato uno addirittura superiore. E mentre la sera prima il chitarrista Bill Steer era in un pub di Londra a bere birra con la nostra collaboratrice Giulia Mascheroni (invidia invidia invidia invidia invidia) ora me lo ritrovo davanti, a due metri da me, con le sue movenze “delicate”, il suo vestiario anni 70, i suoi jeans a zampa d’elefante e la sua chitarra Gibson Les Paul Junior, che tutto può sembrare tranne un ascia da grind core. La sobrietà sembra la parola d’ordine dei Nostri, che salgono sul palco armati solo delle loro testate (non nucleari), le loro casse marshall 2×10 ed una batteria essenziale. Fa un po impressione dopo croci rovesciate, carne marcia e face painting. No? Ho visto i Carcass decine di volte e devo dire una cosa, ho avuto l’impressione che Jeff Walker sia salito sul palco incazzato nero. Non chiedetemi perché, ma il visibilmente sempre più stempiato cantante/bassista, leggermente appesantito fisicamente, sembrava davvero di cattivo umore, teso, nervoso. Si scioglie man mano che il concerto prosegue, lanciando continuamente bottiglie d’acqua alla folla che li osanna, mentre Ben Ash continua a non far rimpiangere il rosso svedese che tanto fece nei Carnage. Lo show è quello che conosciamo, un tripudio di ringhi “walkeriani” (che musica!) e assoli così belli e melodici da venir cantanti in coro dalla folla. Ditemi con quante band grind/death potete fare questo. Ditemi quante band death metal sono in grado di mettere insieme un pubblico così trasversale. Ho incontrato amici di note band power metal che si sono proclamati fan accaniti dei Carcass, e la spiegazione è sempre la stessa: “bhe, i Carcass sono i Carcass”. Aggiungete una bestemmia a piacimento come corollario della professione di fede che tutti mi hanno fatto parlando della band di ‘Corporeal Jigsore Quandary’. I pezzi ci sono tutti, dagli ipertecnici e melodici brani di ‘Surgical Steel’ alle canzoni maggiormente grind, dai tratti dalla bibbia ‘Heartwork’ alla sempre presente ‘Keep On Rotting In The Free World’, tanto contestata ai tempi quanto ora cantata da tutti come un inno metal. Si chiude questa prima edizione del Colony Open Air, un tripudio di musica, di band pazzesche che hanno formato uno dei bill (con le debite proporzioni e contestualizzando il tutto) più incredibili dai tempi del Monsters Of Rock di Reggio Emilia del 12 settembre 1992. Ce ne andiamo felici, graziati dalle zanzare e dal caldo umido, rifocillati da ottimo cibo servito celermente, con meno soldi in tasca e tanti vinili in più. Il resto sono solo parole.

Pic: Carcass

Carcass 2

Alberto Biffi

Alberto Biffi

Alla tenera età di 11 anni fui folgorato sulla via di Damasco da una voce divina e soprannaturale (Bruce Dickinson), che mi guidò sulla retta via del Signore (R.J. Dio). Da allora ho vagato nel mondo metal cercando la mia giusta collocazione; dapprima come groupie (ma dovetti rinunciare presto, troppo brutto e peloso), poi come musicista coinvolto in innumerevoli progetti nell'area rock lombarda ed infine come umile scribacchino digital-musicale. Già redattore per Truemetal.it, Italiadimetallo.it, Metalitalia.com, Suonidistortimagazine.it ed altre innumerevoli realtà minori ma sempre e comunque professionali ed appassionanti, mi accingo ad iniziare questa nuova entusiasmate avventura con loudandproud.it.

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