Loud Reports

COLONY OPEN AIR 2017 – Il report del festival @ Pala Banco Di Brescia, Brescia – 22.07.2017

 Sono stati mesi di fuoco, di location cambiate, di band saltate e/o spostate da un giorno all’altro, di feroci e sterili polemiche, di divieti e restrizioni che – lasciatecelo dire – lasciano un po’ il tempo che trovano, di stress e di nervosismo, di febbrile attesa, ma finalmente eccoci qua! Il Colony Open Air può iniziare, anche se l’unica aria su cui possiamo contare è quella sparata dai condizionatori dell’accogliente PalaBrescia… ma tant’è, l’importante è divertirsi e lasciarsi andare trasportati dalla musica, musica di qualità altissima che raramente possiamo apprezzare qua in Italia. Numerosi stand di cd, webzines (eheh) e merch ci accolgono all’interno del palazzetto dello sport della città lombarda, uno spazio capiente e nonostante tutto un’ ottima cornice per questo evento così atteso. Una menzione particolare va alla security, contraddistintasi per gentilezza e disponibilità, specialmente durante i difficili momenti in cui si doveva far notare a dei poco raccomandabili metallari che non si sarebbe potuti entrare nell’area concerti con la birra. No problem! Un sorso e della bionda bevanda rimaneva ben poco! La musica ora. I gruppi che si sono avvicendati quest’oggi sull’ampio palco del PalaBrescia difficilmente passano dalle nostre parti, e quale migliore occasione quindi per scatenarsi con il thrash metal degli storici Demolition Hammer e Sacred Reich, o per fare un salto nelle profondità infernali insieme ai teatrali Hell o addirittura in giappone con gli acclamatissimi Loudness? Ok, le lamentele, ok tutto… ma di fronte ad un bill del genere bisogna solo ciudere gli occhi (e non solo) e godere come foche. Pronti, partenza, via! Alle 12.30 precise precise salgono sul palco i bolzanini Skanners, una solida certezza sia su disco che dal vivo. Guidati dal sempre sorridente Claudio Pisoni i nostri ci danno una bella scossa di heavy metal classico, connubio perfetto di potenza e melodia. Ci vuole veramente poco prima che si scateni un pazzo ‘Metal Party’ sopra e sotto il palco, con i fan presenti visibilmente emozionati e pronti a cantare ogni singola nota insieme al combo altoatesino. Una riuscitissima ‘Starlight’ pone il sigillo a uno show breve ma intenso, che ha scaldato cuore e anima dei metallari presenti nel pit. Una band di cui andare fieri, tra i primi a gettare le fondamenta del metal italiano. Immensi Skanners. Tocca ora ad un altro act nostrano, proveniente proprio dalla città che ospita il Colony Open Air: i thrashers In.Si.Dia. Gli anni Novanta sono stati scossi dal loro contundente thrash metal cantato in italiano, un’eccezione all’interno del panorama metal europeo che ha consentito al combo lombardo di ritagliarsi un personale spazio negli ascolti dei metalkids di tutto il continente. E’ passato qualche annetto, ma la carica e la voglia di spaccare tutto non sono affatto scemati. Mazzate come la nuova ‘Il Mondo Possibile’ – estratta dal clamoroso ‘Denso Inganno’- la sepulturiana ‘Grido’ e l’inno ‘Parla Parla’ (forse la canzone perfetta per il clima pre e post festival) mettono a dura prova le pareti del PalaBrescia e le spalle dei primi pogatori di giornata. Il set si chiude con ‘Tutti Pazzi’, cover dei Negazione e dedicata a Marco, reduce da un gravissimo incidente e a cui vanno tutti i nostri auguri di pronta guarigione. Gli In.si.dia sono tornati per restare e anche oggi hanno dato prova di quanto vera e sanguigna sia la loro musica. Usciamo ora dai confini patri e ci facciamo un salto in Inghilterra in compagnia degli Hell. La band guidata dal sempre incredibile singer David Bower è una delle tante chicche della giornata. Lo schizzoide e teatrale classic metal della band inglese è tanto ipnotico quanto avvolgente, complice anche l’istrionica capacità di David di catapultare l’attenzione di tutti i presenti su di sé e sui preparatissimi musicisti che danno forma live a capolavori come ‘The Age Of Nefarious’,’Something Wicked This Way Comes’ e ‘The Quest’. Purtroppo dei suoni poco bilanciati penalizzano la voce, a tratti veramente poco udibile, ma gli Hell portano comunque a casa un’esibizione maiuscola e memorabile. Tra gli highlights di questa prima giornata. Punto. Rimaniamo nell’Inferno, spingendoci ancora più in profondità, dove il fangoso death metal degli Asphyx ci intrappola senza lasciarci nessuna possibilità di fuga. L’Olanda è sempre stata fucina di band dedite al più becero marciume (ovviamente nell’accezione positiva del termine) musicale e gli Asphyx non fanno ovviamente eccezione, con il loro colante doom-death metal. Chiaramente gli onnipresenti i leoni da tastiera hanno trovato da ridire anche sulla posizione della band nordeuropea nel bill del festival, visto che per molti sarebbero stati più a loro agio durante l’estrema giornata di domenica. Per noi invece la loro proposta old school è perfetta per questo sabato dedicato al thrash e alla violenza primordiale di tanti anni fa e quindi ci immergiamo con piacere nella nera pece vomitata dal singer Martin van Drunen. Il gelo cala improvviso sui presenti, così come i massicci riff che rendono le songs degli Asphyx velenose e letali come serpenti infernali. La putrefatta ‘Last One On Earth’ suggella l’ennesima esibizione top di quest’oggi, per la felicità di tutti quelli che non avrebbero voluto gli olandesi in questa prima giornata di festival. Il metal unisce e abbatte tutte le barriere spazio-temporali, è risaputo. Non ci stupiamo infatti quando ci troviamo finalmente di fronte i padrini del metal giapponese, i sempre apprezzati Loudness. Il loro metal ottantiano è elettricità pura, una scarica di adrenalina che porta all’ headbanging più estremo anche ai nostri globuli rossi e bianchi e neri e chi più ne ha più ne metta. Pezzi da novanta come ‘Crazy Nights’ e ‘Heavy Chains’ ci arrivano dritti dritti in faccia così, senza preavviso, prima che ‘Let It Go’ e l’immortale ‘Crazy Doctor’ ci diano il tanto atteso colpo di grazia. Minoru Niihara gode oggi di un’ottima forma vocale, mentre lo spericolato guitarwork di Akira Takasaki spazza via come un uragano gli ultimi rimasugli dei nostri padiglioni auricolari. 92 minuti di applausi per loro, non ci siamo mai sentiti così vicini alla caotica vita del paese del sol levante. Tornate presto, per favore! Rimaniamo nel culto con i Death Angel, una tra le band più originali e personali dell’intero universo thrash metal mondiale. Purtroppo i nostri, “colpevoli” di aver voluto cambiare tutto il backline già montato con cura sul palco, perdono un quarto d’ora buono e si vedono così costretti ad un’importante taglio di scaletta. Peccato, perché la violenza sonora sprigionata da anthems come ‘Evil Priest’, ‘Claws In So Deep’ e, ovviamente, ‘Thrown To The Wolves’, avrebbe meritato un altro tipo di conclusione. Ma vabeh, un set ridotto ha fatto emergere ancora una volta il lato più professionale del combo statunitense, impeccabile come sempre dal punto di vista tecnico ed esecutivo. Speriamo in un loro ritorno il prima possibile, con più tempo a disposizione per non lasciare nemmeno un prigioniero nel caldissimo pit. Rimaniamo negli USA con i Demolition Hammer, il 284392esimo gruppo di culto regalatoci dagli organizzatori del Colony Open Air. I Nostri partono con la violentissima ‘Skull Fracturing Nightmare’ – un titolo un perché – e in effetti sono ben pochi i sopravvissuti a questo ignorantissimo assalto musicale. Ma come si dice a New York i Demolition se ne battono il belino e continuano imperterriti nella loro personale lotta alla dolcezza e alla melodia. ‘Neanderthal’ è una clava (ahah) che ci colpisce dritta dritta in mezzo agli occhi, mentre ‘Human Dissection’ è il simpatico e delicatissimo preludio alla conclusiva ’44 Caliber Brain Surgery’, suonata mentre le prime ambulanze stanno raccogliendo gli ultimi cadaveri rimasti smembrati per terra. Il “brutal thrash” ha colpito ancora, un inno alla viuleeenza che risuonerà per molto tempo nelle nostre dilaniate orecchie. 15 minuti 15 di respiro e ristoro e siamo già pronti ad incontrarci con la storia. Appuntamento fissato quindi con gli Exciter, leggenda dello speed metal scesa oggi in terra per mostrarsi a noi comuni mortali. ‘I Am The Beast’ ed è subito nostalgia e clamore, con un Dan Beehler che pesta indavolato sul suo rullante, mentre ci delizia con la sua voce al vetriolo. La chitarra John Ricci fa la messa in piega anche ai pelati, mentre il basso di Allan James Johnson segue come un segugio ogni singolo colpo di batteria sparato da Dan. Il suono è impastato e poco definito, forse uno dei peggiori della giornata. Ma chissenefrega! A noi interessa solo scapocciare come ossessi sulle note di ‘Violence & Force’ e ‘Stand Up And Fight’! Il resto è fuffa. Siamo immersi fino alla punta dei capelli negli anni Ottanta, ci sguazziamo come “pesci fessi” fino a che l’ultima nota di ‘Long Live The Loud’ ci riporta prepotentemente nel presente. Il tempo tiranno ha imposto il taglio di ‘Pounding Metal’, ma va bene così dai. D’altronde i minuti corrono e bisogna arrivare giusti giusti all’orario di fine festival. Bando alle ciance allora, si rimane nel passato con i Sacred Reich, altro nome storico quasi impossibile da vedere in Italia. Problemi dell’ultimissima ora li hanno fatti spostare prima dei Wintersun, causando alcuni problemi a chi non si era accorto di questo cambio. I (tanti) presenti hanno però potuto apprezzare il cazzutissimo thrash metal dei quattro di Phoenix, partiti alla grande con ‘Ignorance’. Sarà fischiato più di un orecchio a Donald Trump quest’oggi, preso di mira dal buon Phil Rind tra una canzone e l’altra. I Nostri si sa non le mandano certo a dire, ma non si risparmiano nemmeno sul lato musicale, donandoci pietre miliari come ‘The American Way’ e ‘Surf Nicaragua’… ma un momento! Stanno veramente suonando ‘War Pigs’?! Ebbene sì, ciliegina sulla torta di un concerto spettacolare è stata proprio la cover del classico sabbathiano, riproposto con grande trasporto e passione. Giù il cappello! Ed ora… i Wintersun?! Già, oggi c’è spazio anche per i finlandesi capitanati dall’ex Ensiferum Jari Mäenpää. C’entrano in questo bill come il Milan fuori dall’Europa calcistica, ma va detto che non sono affatto pochi i giovani fan accorsi, con tanto di maglietta d’ordinanza, per godere del personale power-epic-folk-melodic death-black-viking metal dei cinque nordici. Il nuovo ‘The Forest Seasons’ è piaciuto molto in redazione (qui la recensione) e viene omaggiato più che degnamente dalla lunga opener ‘Awaken From The Dark Slumber (Spring)’, suite che descrive più di mille parole il sound unico dei Wintersun. Si può dire quello che si vuole, ma la felicità che si legge negli occhi dei fan e degli stessi musicisti va oltre qualsiasi sterile polemica. I Wintersun hanno spaccato e sono piaciuti, questa è l’unica cosa che veramente conta. Aspettiamo ora ottobre per poter volare di nuovo sopra gli incontaminati cieli della mitologia finlandese. Dopo 10 ore di sudore, birra, trepidante attesa, birra, casoncelli, birra e birra ecco finalmente il turno degli headliner, i sempre benvenuti Kreator. Hanno suonato da noi solamente qualche mese fa, ma penso che a nessuno freghi qualcosa. Fosse per noi suonerebbero in Italia ogni giorno, weekend e festivi compresi. Citiamo a caso: ‘Hordes Of Chaos (A Necrologue For The Elite)’, ‘Phobia’, ‘People Of The Lie’, ‘Satan Is Real’, ‘Phantom Antichrist’, ‘Enemy Of God’ e ‘Pleasure To Kill’… e non le abbiamo nemmeno elencate tutte! Secondo voi è legale una setlist del genere? La Convenzione di Ginevra la approverebbe? Abbiamo i nostri seri dubbi. Non si sa come siamo riusciti a uscire vivi da questo ennesimo massacro perpetrato da Petrozza & co. Il thrash metal 100% tetesco che ha reso grande i Kreator trova nella situazione live la sua dimensione ideale, complice anche un pubblico mai sazio di circle-pit, wall of death e qualsiasi altra cosa che possa recare seri e permanenti danni alla nostra spina dorsale. Anche la band teutonica ha dovuto fare i conti con l’orario, quindi niente bandiere dell’odio o aggressioni estreme quest’oggi, ma non sono mancati comunque bagni di sangue e assalti all’arma bianca da parte dei quattro musicisti, così a proprio agio quando si trovano davanti i pazzi fan italiani. Ottima anche la scenografia, con fumo e stelle filanti ovunque. Un vero e proprio show completo al 100% (tagli a parte). Ma quindi quando tornano a esibirsi in Italia? Domani? Settimana prossima? Non fateci aspettare troppo eh… già ci mancate cazzo! Gurdiamo sconsolati l’orologio, è già ora di tornare a casa. Dodici ore volate in un soffio, dodici ore già marcate a fuoco nella nostra mente. La prima giornata di questo Colony Open Air viene consegnata degnamente alla storia. La musica ha vinto ancora una volta e ha prevalso su qualsiasi altra, lasciatecelo dire, stronzata. Parlate, parlate… qua intanto si suona!

Foto di Luca Bernasconi

Martino Brambilla Pisoni

Martino Brambilla Pisoni

Amante del metal e del rock fin da bambino (cresciuto a pane e Litfiba da mio fratello), della montagna, del Milan ed ovviamente della Spagna. Nel mio piccolo alfiere del metal spagnolo in Italia, faccio la spola tra Lecco e Madrid per poter assistere ai numerosi concerti delle band iberiche che da quasi 40 anni infiammano con il loro metal dannatamente classico il suolo spagnolo.

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