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BOLGIA DI MALACODA – Tutti gridaron: “Vada Malacoda!”

Il concetto dietro ai Bolgia di Malacoda è il punto d’incontro tra il black metal norvegese e il cantautorato all’italiana. C’è un filo che congiunge la terra natia della band, la Toscana, ai fiordi del nord Europa: tra le trame melodiche possiamo riconoscere il seme che piantarono i Litfiba trent’anni fa contaminato da Rammstein e Slayer, nutrito da Immortal e Gorgoroth e innaffiato da Guccini e De André. Dietro al nome dantesco si nasconde (ma neanche tanto bene) Ferus, mastermind e voce della band, che ha accettato di fare quattro chiacchiere con noi nonostante le alte temperature di questo torrido luglio.
Siete stati accolti bene praticamente ovunque, da Metalitalia a Rock Hard, il vostro disco d’esordio è piaciuto molto. Come mai ancora non avete un contratto con una label?
“Misteri della fede! Non saprei, quelli con cui abbiamo avuto contatti ci hanno chiesto diversi soldini senza molte garanzie di suonare, abbiamo preferito fare da noi; poi sarà anche la mia misantropia che mi tiene lontano dai rapporti umani e nel tempo la ricerca di un’etichetta si è un po’ assopita.”

bolgia di Malacoda

I Bolgia di Malacoda sono i nuovi Litfiba?
“Forse si o forse no, qualcosa abbiamo in comune ma siamo un po’ più imbruttiti e più pesanti, spero almeno di avere il seguito che hanno loro!”

Come è la scena metallara di Grosseto? Ci sono posti dove suonare? Tra le band vi aiutate o magari vi osteggiate?
“C’è una bella scena a Grosseto e dintorni tipo i Senura, Colonnelli, Santa Sangre, Scum, oltre al fatto che posti per suonare ce ne sono. Di certo non ci osteggiamo, se ancora non ci siamo dati una mano è perché non c’è stata occasione, arriverà. Tra una madonna e l’altra.”

Nel disco ‘La forza vindice della ragione’ hai scritto e suonato quasi tutto tu?
“Quasi: a parte qualche fraseggio di chitarra e metà di ‘A un metro da Decebalo’ che ho scritto con Tommaso Carosi il resto è tutto mio.”

Facciamo un test per misurare la tua ambizione e quanto perversa possa essere la tua fantasia: tra dieci anni ti vedi più sul palco del Gods Of Metal (se ci saranno altre edizioni) o su quello del Primo Maggio?
“Tra dieci anni credo che l’alcolismo e le droghe avranno fatto il suo corso, quindi sarò in paradiso a chiedere spiegazioni alla vergine Maria. Tra qualche anno spero su tutti e due i palchi, scontato quello del Gods, per la festa dei lavoratori non vedo il perché non dovremmo esserci, il lavoro è duro e ci vuole musica dura. La musica troppo pacifica dopo un po’ viene sui coglioni.”

Se io dovessi scegliere un aggettivo per definire i Bolgia di Malacoda direi imprevedibili, nel senso che voi siete capaci di passare dalla demenzialità più becera alla rabbia malata dei Cannibal Corpse o al romanticismo lunatico del post-punk. In un tempo in cui si vuole etichettare qualsiasi band, anche con esiti ridicoli (vedi Pirate Metal, Hentai Metal e via delirando) credi che questa vostra caratteristica di “saltellare tra i generi” vi possa limitare e penalizzare in termini di vendite e consensi?
“Non lo so, c’è chi ci mette tra il metal e chi tra il rock, forse può penalizzarci come può essere l’esatto contrario. Io mi sento di stare da una parte sola, altri ne vedono due o tre.”

Avete scelto di cantare in Italiano e, secondo me, questo è uno dei vostri punti forti. La forza e l’energia vengono anche dal messaggio, non solo i riff o le melodie. Si sente l’influenza della scuola dei cantautori italiani. Chi preferisci tra i soliti nomi? De André, Guccini, Piero Ciampi?
“Piero Ciampi non credo di averlo mai ascoltato, i primi due senz’altro, poi ci metterei dentro anche Battiato e Rino Gaetano.“

Mi parli della parodia di ‘Cicale’ cantata da Pacciani che si narra abbiate avuto il fegato di eseguire dal vivo tra l’imbarazzo e lo scompiglio del pubblico?
“Ahahahahah! Dunque, con l’altra formazione eravamo più propensi a suonare cazzate che nell’impegnarci su pezzi nostri: abbiamo rifatto ‘Tintarella Di Luna’, la ‘Macarena A Bestemmie’, la canzoncina della Robiola Osella tutte rigorosamente con testi riadattati al pessimo gusto. Un giorno salta fuori questa del Pacciani che evidentemente il nostro ex chitarrista non aveva ascoltato molto bene, la rifacciamo dal vivo e a fine concerto mi vengono a dire che lui si era un po’ schifato per la parte in cui dice “ e quando torna a casa stupra le bambine” di certo non ‘è colpa mia se era in quel modo. Tra il pubblico non so in quanti hanno apprezzato, io c’ho riso fino al giorno dopo.”

Hai più volte detto che non ti piacciono gli split. Come mai?
“Boh, sinceramente non li farei, sarà la misantropia o il fatto che voglio stare al centro dell’attenzione solo io. Magari si fa uno split con un altro gruppo e denunciano anche loro, meglio di no.”

per mara

Mi parli del tuo vecchio progetto black metal Panzerfaust?
“Mi pare fosse il 2007 quando feci uscire la prima demo, alcuni pezzi in italiano, recensioni da insulti fino al primo disco ‘Vulvanera’ (anche lì diversi pezzi in italiano) dove la morale stava proprio sotto i piedi, valanghe di insulti e minacce; tutte cose molto confortanti e piacevoli. Ma poi mi è passata la voglia.”

La cosa più intrigante dei Bolgia è proprio la voce. C’è chi l’ha definita “antica” ma non nel senso di fuorimoda, bensì arcaica, che sa di terra, miti pagani e poesia orale… Che ne pensi?
“Questa cosa me la sento, è come se ci fosse sempre stata e sempre ci sarà, non so spiegarmela in modo razionale, ma me la sento.”

Quando prevedi che uscirà il vostro nuovo album?
“Spero entro il prossimo anno, risparmi permettendo. Il materiale c’è.”

Discografia:
A Un Metro Da Decebalo EP (2013)
La forza Vindice Della Ragione (2016)

Line-up:
Ferus – voce
Diego Di Palma detto il Lotti – basso
Michele Rose detto il Vanni – batteria
Alessandro Rocchi detto il Pacciani – chitarra

Mara Cappelletto

Mara Cappelletto

Il mio nome è quello del demone del sesto cielo dei buddhisti e può essere tradotto dal sanscrito come morte e pestilenza... in alcune lingue indoeuropee la Mara è un incubo. A casa giravano vinili di prog italiano e straniero, ma anche AC/DC, Litfiba, Pino Daniele e Ivan Graziani. Ho passato l’adolescenza, quella triste e solitaria, ascoltando punk e ska. Iniziata al power metal a 16 anni dal mio migliore amico che trafugava dalla macchina di sua sorella Halloween, Savatage e lacca per capelli, poco dopo ho scoperto il magico mondo del death e del thrash e ben presto, sono approdata al black, genere che da allora mi ha sempre accompagnato. Non esco mai senza la mia macchina fotografica e senza lo smartphone. Non è difficile incontrarmi in giro per i boschi del centro Italia. Ho collaborato con diverse webzine sia in veste di fotografa che di recens… rice? Recensitora? Recensitrice? Vabbe, ci siamo capiti.

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