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BATTLEFIELD METAL FEST 2017 – Il report del festival @ Ippodromo San Siro, Milano – 02.07.2017

E’ una giornata dedicata al più classico power metal europeo, con una forte componente folk, quella che aspetta i convenuti alla prima edizione del Battlefield Metal Fest, in questa soleggiata domenica di inizio luglio. Soleggiata ma non troppo afosa per fortuna, data la scarsità di ombra all’interno della location prescelta, l’Ippodromo di San Siro. Location peraltro azzeccata sotto molti aspetti, ampia e certamente gradevole – non a caso da qualche anno teatro di regolare attività live durante la stagione estiva. Affluenza di pubblico discreta, poco oltre le duemila persone, un po’ sperdute negli enormi spazi a disposizione, ma tant’è… Quello che conta è la musica, che oggi non manca di certo né in quantità né in qualità.
Puntualissimi, aprono i greci Firewind, e ci offrono una delle migliori esibizioni della giornata. La band è estremamente compatta on stage, Gus G domina le sei corde con la sua classe infinita e trova un ottimo contraltare in Bob Katsionis, che dall’altra parte del palco si divide tra chitarra e tastiere, entrambe suonate in modo impeccabile. Al centro della scena il singer Henning Basse, ex-Metalium, un po’ appesantito rispetto al passato ma vocalmente in forma smagliante. Come impeccabile e azzeccata è la setlist prescelta, dall’opener ‘Ode To Leonidas’ fino alla travolgente ‘Falling To Pieces’. E’ decisamente più quadrato l’heavy metal dei Grave Digger, forse la più teutonica tra le band teutoniche. Il nuovo ‘Healed By Metal’ trova il suo spazio in una scaletta che si apre proprio con la sua title-track. I suoni si fanno più scarni ed il dinamismo on stage è fatalmente minore, anche se Chris Boltendahl non smette di incitare il pubblico e Axel Ritt si dedica alla sua chitarra nel modo funambolico che gli è congeniale. Con ‘Witch Hunter’ arriva un gradito tuffo nel passato, anche se il pubblico riserva le ovazioni maggiori a classici “di mezzo” come ‘Excalibur’ e ‘Tunes Of War’. Tocca a una ‘Heavy Metal Breakdown’ un po’ caotica chiudere un’esibizione forse non perfetta, ma certo positiva. Già il fatto che i Turisas salgano oggi sul palco è una piccola impresa: il bassista Jesper manca per motivi di salute, sostituito all’ultimo momento; una parte degli strumenti oltre a tutta la scenografia si è perduta nel viaggio verso Milano; il violinista Olli ha avuto altri problemi di aereo ed ha raggiunto i compagni letteralmente sul palco dopo una ventina di minuti… Detto questo, già il fatto che la band finlandese abbia suonato è degno di nota. Come pure l’atteggiamento del frontman Mathias Nygard che spiega per filo e per segno tutto al pubblico, chiedendo un sostegno che non manca di certo. Lo show per forza di cose non è impeccabile, anche se lodevole per l’impegno e in fondo gradevole. Incentrato su ‘The Varangian Way’, uscito dieci anni fa e oggi riproposto per intero, con l’aggiunta di qualche altro brano forte, come ‘Stand Up And Fight’, che ha chiuso un concerto tanto problematico quanto apprezzato dal pubblico. Gli Ensiferum raddoppiano la dose di folk metal finlandese, e rispetto a chi li ha preceduti puntano maggiormente sull’impatto, tra accelerazioni decise e melodie immediate e cantabili, peraltro ben sottolineate dalla fisarmonica impugnata dalla “nuova” Netta Skog. La loro setlist è equilibrata, e comprende molti degli highlight di una carriera ormai arrivata ai venti anni. Pezzi come ‘Token Of Time’ e ‘Heathen Horde’ scatenano letteralmente un pubblico che si dà da fare, come se non più dei musicisti sul palco. Immediati ed orecchiabili, i finlandesi concludono il loro show con la classica accoppiata composta da ‘Two Of Spades’ e dalla ruffiana ‘Lai Lai Hei’. Con i Blind Guardian arriva il piatto forte della giornata. Se tutte le band finora hanno svolto egregiamente il loro lavoro, ci sono pochi dubbi che il grosso del pubblico sia qui per i bardi di Krefeld, che peraltro hanno annunciato uno show speciale – con tutto ‘Imaginations From The Other Side’. Ma procediamo con ordine, con ‘The Ninth Wave’ che dà il via alle danze, mentre iniziano a calare le prime ombre della sera, che via via ci permetteranno di apprezzare un light show davvero eccezionale. La stagionata ‘Welcome To Dying’ e ‘Nightfall’ riscuotono le prime ovazioni della serata, prima che la band passi alla controversa ‘Fly’: un pezzo dalle sonorità moderne, dotato però di pattern ritmici davvero unici, che consentono al batterista Frederik Ehmke di mettersi in mostra. Il suo drumming è un punto assoluto di forza per la band oggi, come del resto il doppio guitarwork di Andrè Olbrich e Marcus Siepen, impressionanti per precisione e coordinazione. Al centro, un Hansi Kursch che non sarà mai un frontman di grande carisma, ma nel tempo ha imparato a gestire con sicurezza folle ben più numerose, oltre che a cantare in modo oggettivamente impeccabile. La parte centrale dello show è dedicata al masterpiece ‘Imaginations From The Other Side’, con menzione particolare per la roboante ‘Born In A Mourning Hall’ e la delicata e struggente ‘A Past And Future Secret’, estremi ideali nello spettro sonoro del disco. Dopo ‘And The Story Ends’, Hansi e i suoi compagni si congedano dal pubblico, ma sono saluti fittizi perché dopo pochi minuti scatta il momento di ‘Sacred Worlds’, seguita dalla vecchia e sempre coinvolgente ‘Valhalla’, il cui refrain viene cantato a gran voce dal pubblico. A proposito di cantare, quando due sgabelli e due acustiche tornano sul palco, è chiaro che è arrivato il momento di ‘The Bard’s Song’ – e duemila voci che si uniscono a quella di Hansi Kursch fanno sempre il loro effetto… Finita? Non ancora, c’è ancora spazio per due classici come ‘Mirror Mirror’ e ‘Majesty’, che chiudono l’esibizione della band nel segno delle sonorità più dirette e potenti, sempre in ottica Blind Guardian. Applausi del pubblico, ampli sorrisi da parte dei musicisti, grande feeling e un pizzico di emozione… Cosa volere di più da un concerto? Va in archivio uno show intenso e coinvolgente, opera di una band apparsa davvero in grande forma. E con lui, anche un festival che nella sua prima edizione può dirsi certo riuscito.

Testo di Sandro Buti
Foto di Luca Bernasconi

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

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