Loud Reports

BANG YOUR HEAD!!! – Il report del festival @ Messegelände, Balingen (GE) – 13 + 15.07.2017

Ed eccoci dunque di nuovo qui, carichi di entusiasmo di fronte all’ingresso, ritiriamo i pass, salutiamo vecchi amici conosciuti nel corso delle varie edizioni e ci prepariamo per questa 3 giorni all’insegna della nostra musica preferita.
Perché passano gli anni ma il Bang Your Head, per fortuna dico io, resta sempre lo stesso, ormai consolidato nella nuova formula di tre giorni più Warm-up.
Con una formula ben rodatadove band emergenti, come gli scozzesi Gloryhammer, possono dividere lo stesso stage con icone del passato, e del presente, come Saxon, Vince Neil, Hammerfall e tanti altri.
La prima giornata a mio avviso inizia troppo presto, molti sono quelli che devono ancora raggiungere la cittadina tedesca o che si trovano nei vari campeggi ad allestire i propri accampamenti.
Passano quindi in sordina le esibizioni di Cystal Viper e Toxic, i Killcode a dire il vero ce li siamo persi pure noi.
Con i Gloryhammer invece la cose cambiano, un nutrito gruppo di metalheads sfida il solleone del primo pomeriggio per assistere, con sincera curiosità, alla performance di Thomas Winkler, l’unico membro non scozzese della band ma di origini elvetiche, e dei siparietti che la band mette in scena tra una song e l’altra. come nel caso di “Legend of the Astral Hammer” dove il singer se ne va in giro per il palco brandendo un grosso martello.
Incuriosisce anche la scenografia portata dagli Orden Ogan, portano in scena la loro ultima fatica “Gunmen” con tanto di cowboy-zombie robotizzati e armati fino ai denti. La proposta della band è come sempre interessante a livello musicale ma continuo a credere che la voce del frontman-chitarrista Sebastian Levermann tiri il freno a mano al sound dell’act teutuonico.
Facciamo un tuffo negli anni ’80 con i californiani Slaughter, ammirevole lo sforzo compiuto da bassista e chitarrista ma, anche in questo caso la voce del frontman non convince, alla lunga lo show, che per fortuna non dura troppo, risulta monotono. E’ decisamente più divertente vedere band del calibro degli Steel Panther che prendono in giro la scena air metal.
La situazione inizia letteralmente a diventare “bollente” quando sul palco arrivano i Venom e accompagnano il loro sound oscuro con un impressionante spettacolo priotecnico. Soprattutto quando se ne escono in chiusura con ‘Black Metal’ e ‘Withcing Hour’. Infiammano stage e pubblico. Tanto di cappello a Mr. Cronos che nonosante non sia più un giovincello riesce ancora a tenere il palco come pochi frontman sanno ancora fare.
Da chi il black metal l’ha inventato a chi ha contribuito a portarlo ad un’altro livello, dalla Norvegia arrivano i Satyricon. Inseprarabili Satyr e Frost si prodigano in uno show davvero imponente a tratti oscuro come il sond che propongno. Lo stesso frontman stupisce utilizzando in diverse occasioni la pedana che posizionata perpendicolarmente al palco e che lo avvicina al pubblico. Interagisce con i fans, lancia occhiate gelide, svanisce nella nebbia per poi tornare al microfono.
Gli headliner sono un volto noto in quel di Balingen, non è infatti la prima volta che i Saxon si trovano a calcare le assi del Bang Your Head in veste di band principale. Questa sera hanno una sorpresa in più. oltre alla solita scenografia hanno poratato anche la mitica aquila che verrà sfoderata sulle note di ‘The Eagle Has Landed’ illuminando il vasto pubblico ma non prima di aver suonato diversi classici da ‘Motorcicycle Man’ a ‘Solid Ball Of Rock’.Biff e soci sono come sempre in forma smagliante, non invecchiano mai o almeno così pare, il carismatico vocalist si cimenta anche in salti pirolette e si mette ad interagire con il pubblico accovacciandosi sul palco approfittando del tempo regalatogli durante gli assoli di Doug Scarrat e Paul Quinn.
Un’esibizione a dir poco perfetta che chiude la prima giornata.

Arriva il venerdì e con esso la pioggia che contribuisce ad abbassare le temperature, rendendo la giornata gradevole e che si interrompe magicamente quando sul palco arriva una delle più grandi promesse dell’Hard & Heavy scandinavo, gli svedesi Bullet. Il loro sound fortemente influenzato dagli AC/AD ed una voce che richiama invece lo storico frontman degli Accept UDO Dickschneder, ritengo che la band sia stata posizionata troppo in basso nel running order e avrebbe invece meritato maggior visibilità. Nonostante tutto in molti sono accorsi per sentire pezzi ormai famosi come ‘The Bite of Bullet’ o ‘Heading for the Top’.
Si resta sul classico con una leggenda della NWOBHM, Steve Grimmet ed i suoi Grim Reaper. Il frontman, sulla scena ormai dal 1979, come i conterranei Saxon, ha subito l’amputazione di una gamba ma nonostante tutto non ha perso la voglia di cantare e di esibirsi.
Con l’ausilio di una stampella alternandosi alla sedia a rotelle, il frontman britannico riesce a scaldare gli animi con il suo ultimo album ‘Walking In The Shadows’. Indubbiamente la grande forza di volontà di questo personaggio ha contagiato tutti i presenti! Si cambia continente con la bella Lee Aaron, una delle voci più popolari del Canada che presenta l’ultima fatica ‘Fire And Gasoline’. La Aaron parte in grande stile ma il sound, troppo soft, perde di mordente dopo pochi brani e il carisma non è riuscito a colmare alcune lacune per una proposta sicuramente più adatta alle radio del nuovo continente.
Sempre su suolo americano, ma di ben altra fattura, sono i Riot V, il risultato di una nuova band sorta dopo la prematura dipartita del chitarrista Mark Reale. La band proponte sia brani storici dei Riot che nuove creazioni di casa Riot V. Una nota di merito va al vocalist Todd Michael Hall.
Quando Magnum non è solo un famoso gelato italiano arriva Bob Catley, le sue ultime comparse risalivano ai tempi del tour di Avantasia. Ora torna con la sua band principale, sebbene all’apparenza possa sembrare un tantino fiaccio, il singer britannico si riesce a mantenere un livello molto alto per quasi tutto lo show, iniziando a peredere qualche colpo sul finale. Ma insomma non è sempre domenica e dopo 45 anni di carriera una girnata non al 100% ci può stare.
Anche i Krokus possono vantare oltre 40 anni di attività anche se vedendoli on stage gli si darebbe 20 anni di meno. I rocker elvetici, Mark Storace in primis, sembra non abbiano perso quello smalto che da sempre li ha contraddistinti. Si parte alla grande con ‘Long Stick Goes Boom’ per poi proseguire con pezzi del calibro di ‘Fire’ o “Easy Rocker”. Resta da capire come mani con poco più di un ora a disposizione è stato scelto di piazzare ben tre cover in set list, tirando in ballo Bob Dylan, Neil Young.
C’è un piccolo uomo, calvo e tatuato, da decenni sembra dimostrare gli anni che forse anagraficamente possiede solo ora, ma che nello spirito, almeno a giudicare da come conduce ancora i propri show, sembra poco più che ventenne. Gary ‘Angry’ Anderson, leader dei Rose Tattoo può essere considerato un fossile vivente, l’anello di congiunzione tra rocker e metallaro che ovviamente va a nozze con il pubblico presente ad un festival dove sono le sonorità più “classiche” a farla da padrone. Visto il risultato avrebbero potuto essere loro gli headliner della giornata con il frontman australiano che chiudeva la giornata sulle note di una ‘Black Eyed Bruiser’. E invece no, manca ancora una band, annunciata in pompa magna già un anno fa durante lo svolgimento dell’edizione 2016.
Signore e signori a grande richiesta ecco a voi Vince Neil che canterà i brani più famosi dei Motley Crue.
Molti presenti erano giunti qui appositamente, o quasi, per Lui. Un Lui che apre lo show sulle note di ‘Dr. Feelgood’ apparendo giù completamente fuori forma, visibilmente sovrappeso, certo non è l’unico vista l’età media di molti musicisti presenti. Ma mr Neil appare già visibilmente affaticato dopo pochi minuti. Tutta via si susseguono a raffica “Piece of Your Action”, “Looks That Kill”, la mitica “Home Sweet Home” che ha fatto cantare tutta Balingen e “Shout at the Devil”. Dopodiché parte un lungo guitar solo ad opera di Jeff Blando, preso in prestito per l’occasione dagli Slaughter. Passano i minuti il solo diventa una cover, rigorosamente suonata, la cover (Whole Lotta Love dei Led Zeppelin) diventa un lunghissimo medley a cui si aggiungono ‘Heaven and Hell’ e ‘Stairway to Heaven’. Passano così oltre 15 minuti. Finalmente il frontman torna sul palco e lo show ricomincia ma si interrompe solo dopo altri tre brani. Vince Neil dopo i saluti abbandona di nuovo il palco, ma ecco!! ritorna!, esegue “Live Wire” e poi si dilegua definitivamente nel backstage. La gente resta incredula, lo show sarebbe dovuto durare 1 ora e mezza ed invece il tutto è finito dopo poco più di 60 minuti, nel corso dei quali un quarto dello show è stato completamente fuori tema.
Per salvare la situazione il promoter del festival è uscito sul palco scusandosi per la condotta del cantante.
Nonostante tutto il bilancio della gioranta resta più che positivo, in fin dei conti è l’ex Motley Crue ad aver fatto una pessima figura con i suoi fans.

Ultimo giorno, anche oggi il cielo cupo minaccia pioggia, anche se poi nella realtà di fatti, gli unici liquidi che scorreranno a fiumi saranno gli alcolici serviti nei vari punti ristoro sparsi per l’area.
Purtroppo non risutano molto interesasnti gli show di Assassins e Vain. Mentre una coppia di fratelli inglesi ben noti da queste parti, metterà a soqquadro lo stage. stiamo parlando dei fratelli Gallagher, quelli di casa Raven ovviamente, che nonostante un tempo assai ridotto solleveranno gli animi con una setlist incentrata su dischi del calibro di ‘Rock Until You Drop’, ‘Wiped Out’ e ‘All For One’.
Nota dolente di oggi, se proprio vogliamo trovarne una va ricercata nella performance dei Diamond Head. E spiace dirlo ma ad affossare la performance della band per essere il frontman Rasmus Bom Andersen che pare a tratti fiacco e svogliato o semplicemente incappato nella classica giornata no, d’altronde capita anche nelle migliori famiglie.
Tanto ci pensano i Vicious Rumors, con una delle migliori performance di tutto il festival, a far tornare il tutto a regime. Perché quando il frontman funziona, ed è proprio il caso di uno scatenato Brian Allen, il resto della band segue a ruota. E così brani che hanno fatto la storia quali ‘Digital Dicator’, ‘Murderball’ e “Dont’Wait for Me” ottengono la visibilità che meritano nonostante l’ennesima posizione bassa nel running order. Certo che è che con così tante band si spessore qualcuno deve pur rassegnarsi e cedere il posto di headliner.
Si continua con le band americane ma cambiando registro e passando al più soft hard rock dei Dokken. Che dire di questa band? Che Don Dokken fosse senza voce era ormai risaputo, ma, con buona sopresa di tutti il vocalist, riconoscendo i propri limiti e dosando saggiamente le forze, riesce comunque a regalare una discreta e piacevole performance. Di tutt’altra pasta sono il mastodontico Maurizio Jacono ed i suoi Kataklysm, irrompe sullo stage come un tornado e, nonostante una proposta decisamente estrema rispetto a quelle che erano state e saranno poi le linee del festival, il pubblico sembra rispondere bene. Parte anche qualche timido moshpit chiamato in più occasioni dal frontaman italo canadese.
Altra band che avrebbe potuto benissimo chiudere la gioranta in veste da healiner è Michael Schenker con i Michael Schenker Fest, ovvero una sorta di raccolta della’incredibile carriera del chitarrista teutonico.
Nel corso dello show voce si alterneranno Gary Barden, Graham Bonnet e Robin McAuley, i tre singer che hanno fatto la storia degli MSG e che canteranno i brani più noti incisi assieme all’eclettico guitar hero.
Ultimo grande evento della giornata che chiude la tre giorni in quel di Balingen è lo show pirotecnico degli svedesi Hammerfall. Uno spettacolo coinvolgente che vede Joacim Cans in prima linea con i propri supporter, a dire il vero molti di più di quelli che si potrebbero pensare, per uno show caratterizzato da botti e fiamme che arrivano a lambire anche la copertura del palco. Come sempre le asce di Dronjak e Norgren non delundono, si alternano in assoli di chitarra sulle note dei brani più noti come ‘Renegade’, ‘Let The hammerfall’. ‘Hammer High”.
130 minuti nel corso dei quali la band ripropone una sorta di best of di quanto prodotto in 25 anni di carriera.
Chiudendo con il botto, nel vero senso della parola, con una potentissima ‘Hearts On Fire’.
Anche per quest’anno il carrozzone del bang Your Head si chiude, non resta che ripartire con il conto alla rovescia nell’attesa che arrivi l’edizione 2018.

Testo e foto di Paolo Manzi

Paolo Manzi

Paolo Manzi

Creatore dello storico sito Holymetal.com, Appassionato di fotografia, soprattutto live e naturalistica, ha fatto diventare quest'ultima un vero e proprio lavoro. I suoi scatti sono stati pubblicati su molteplici riviste e siti web specializzati. Ama la scena metal nord europea e classica.

Il suo sito: www.paolomanzi.it

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