Loud Reports

ARMORED SAINT – Il report del concerto @ O2 Institute, Birmingham (UK) – 25.03.2017

Che il week end del 25 Marzo fosse da dedicare a ‘sacre’ finalità era già stato deciso da tempo. Non avrei certamente affiancato le migliaia di papa boys per tributare l’omaggio al pontefice a pochi chilometri da casa mia, perché l’obiettivo consisteva nel raggiungere la culla dell’heavy metal, Birmingham, per assistere all’ultimo concerto del mini tour del Regno Unito degli Armored Saint. Purtroppo le comparsate europee dal vivo dei Santi californiani sono rarissime, per cui la serata di Birmingham era il classico ‘prendere o lasciare’. Io ho preso, senza pensarci nemmeno un secondo!

L’edificio che ospita il O2 Institute sembra più la residenza di qualche famiglia dell’alta nobiltà locale che una venue per la musica dal vivo. Gli interni confermano la prima impressione, con delle imponenti scalinate che conducono alla sala più piccola dell’edificio dove avrà luogo il concerto degli Armored Saint. C’è solo il tempo per osservare con curiosità gli enormi lampadari a goccia che adornano la zona del bar che gli opener della serata iniziano il loro show. The Mighty Wraith sono una giovane band di Birmingham, ma le influenze sono di netta provenienza londinese perché il loro sound è fortemente ispirato dagli Iron Maiden e il cantante Matt Gore deve aver a lungo studiato la teatralità di Bruce Dickinson. Il ritmo pulsante di ‘Hollow Within’ e l’inno ‘Outcast’ riescono a scaldare la compassata audience che dimostra di apprezzare la cover di ‘The Number Of The Beast’. La voglia c’è e le idee pure, il tutto confermato anche durante ‘Fury Of The Norsemen’ che conclude il breve set della band. Si prosegue con gli Eradikator, pure loro di Birmingham, che cambiano totalmente le carte in tavola, presentando il loro thrash old style che segue alla lettera i dettami dei Metallica più ruvidi e spontanei di inizio carriera. E la lezione è stata imparata bene perché il quartetto capitanato dai fratelli MacNevin riesce a sollevare un muro sonoro (‘Mesmerised’) nel quale Pat Cox inserisce spesso e con ottimi risultati ruggiti di Hetfieldiana memoria. Non mancano degli inserti un po’ più melodici e personali, specialmente nei lunghi intermezzi strumentali che permettono di trovare dei punti di paragone con i connazionali Evile. Il prezzo del biglietto è giustificato dallo stage acting del chitarrista Liam Priest che durante i suoi assoli sfida la sua chitarra in una danza rapidissima e selvaggia. ‘Fortress Unknown’ e ‘ Dead Hands Of The Past’ donano multidirezionalità allo stile della band senza nulla togliere al frequente headbanging del O2 Institute. Dopo un brevissimo cambio palco, gli Armored Saint salgono finalmente on stage sulle note di ‘Win Hands Down’, title track dell’ultimo album in studio che ha di fatto permesso alla band di riacquistare un’importante visibilità e di riprendere le posizioni che contano nei cuori dei fan del metal classico. I cinque americani sembrano caricati a pallettoni e la grinta che riversano sul palco durante l’inno senza tempo ‘March Of The Saint’ è direttamente proporzionale all’esaltazione che corre tra il pubblico. ‘Long Before I Die’ permette all’indiavolato John Bush di riprendere un po’ di fiato. La sua tenuta rosso corallo lascia un po’ perplessi i fan più intransigenti, ma visto il modo dominante con cui il cantante tiene il palco, il suo abbigliamento è l’ultimo dei problemi. L’O2 Institute accoglie con un’ovazione il singolo dell’ultima fatica in studio ‘An Exercise In Debauchery’ e la toccante ‘In An Instant’ inframezzate da ‘After Me The Flood’. Mentre Jeff Duncan, sulla sinistra del palco, appare più compassato, Phil Sandoval non perde occasione per assumere pose plastiche e interagire con le prime file che cantano ogni brano dalla prima all’ultima nota. La potenza non è tutto e ‘Long Train Home’ è li per dimostrarlo con Joey Vera che tende a prendere il centro del palco in tutti i passaggi strumentali. La grinta che la band riversa sul pubblico è incredibile e la sensazione è che i primi a divertirsi siano proprio i musicisti on stage. ‘Chemical Euphoria’ velocizza nuovamente il ritmo e permette a Gonzo Sandoval di ritagliarsi per un paio di minuti l’attenzione totale del O2 Institute in occasione del proprio assolo di batteria. Durante ‘Stricken By Fate’ Phil Sandoval e Jeff Duncan prendono il centro del palco per la gioia dei fan che non perdono l’occasione per immortalare il momento con i loro cellulari. Bush continua la sua prestazione senza pecche e durante ‘The Mess’ mette in crisi la security salendo sugli instabili Marshall posti a sinistra del palco. L’espressione del tour manager e degli stessi compagni di Bush tradisce una certa perplessità, ma anche stavolta tutto fila liscio. Il suono è semplicemente perfetto e permette ai numerosi presenti di cogliere tutte le sfumature dei capolavori scritti dagli Armored Saint in quasi 35 anni di carriera. Si cambia leggermente registro con l’epicità di ‘Aftermath’ con Joey Vera letteralmente tarantolato durante le complesse ritmiche della canzone. Ritorna la melodia con ‘Left Hook From Right Field’ ma è durante il trittico finale che la band si trova nel proprio ambiente naturale. ‘Reign Of Fire’ è una delle canzoni più complete mai scritte dalla band e poterla ascoltare dal vivo è per chi scrive fonte di gioia immensa! I sorrisi abbondano da entrambe le parti delle transenne e ‘Can U Deliver’ scatena anche i fan più compassati prima che la sala diventi un vero manicomio, ovviamente sulle note della conclusiva ‘Mad House’.

Concerto lungo e spettacolare da parte di una band che dal vivo è una sicurezza. Risulta veramente difficile comprendere come facciano i cinque musicisti a rendersi protagonisti di prestazioni sempre al di sopra delle aspettative pur suonando così raramente dal vivo. La gioia, lo spirito di condivisione di un ideale e un’amicizia che prevarica i ruoli di semplici membri di una band sono probabilmente alla base della magia che rende gli Armored Saint così longevi ed esaltanti anche dal vivo. John Bush sostiene di cantare meglio oggi rispetto a quanto avveniva nel passato e questo è sicuramente un aspetto fondamentale del successo del Santo in armatura. Qualche ‘indiscrezione’ racconta di un nuovo album in fase di lavorazione. Phil Sandoval si limita a raccontarci che i fan non dovranno aspettare cinque anni per il successore di ‘Win Hands Down’. Il vero problema è che sebbene in Italia ci sia il Papa, il Santo non vuole portare il proprio verbo nel nostro paese. Anche in questo caso ci potrebbero essere delle succose novità e arriveranno proprio da queste colonne!

Testo e foto di Roman Owar

 

Roman Owar

Roman Owar

La folgorazione, non proprio spontanea, ebbe luogo sui campi di basket dei Ricreatori di Trieste negli anni ’80, quando chi non ascoltava Priest, Maiden e Saxon era automaticamente fuori dal gruppo. Negli anni tante cose sono cambiate, ma non l’amore per il metal tradizionale che mi ha spinto ad avvicinarmi alla carta stampata nel nuovo millennio, prima sulle colonne di Flash e successivamente su Metal Maniac. Credo fortemente nell’ispirazione divina di Kai Hansen e Michael Kiske, non ho mai avuto demoni al di fuori di King Diamond e mi permetto un’unica divagazione dalla “via classica” ovvero il progressive metal. Non capisco perché chi mi conosce sostiene che io non sia obiettivo a proposito dei Kamelot.

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