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ARGUS – Hail To Europe

Non è raro che una band raccolga i maggiori successi lontano da casa. E’ quello che succede agli statunitensi Argus, che disco dopo disco e concerto dopo concerto si sono conquistati un following fedele nel vecchio Continente. In casa loro, c’è ancora da lavorare, come ci racconta il singer Brian ‘Butch’ Balich in questa interessante chiacchierata, inevitabile se si considera il loro ottimo nuovo lavoro, ‘From Fields Of Fire’, che abbiamo recensito qui.

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Sono passati quatto anni da ‘Beyond The Martyrs’. Gli Argus non ci avevano mai fatto aspettare così tanto…
“Sono stati quattro anni difficili per la band. Dopo il tour a supporto di quel disco siamo arrivati molto vicini a lasciar perdere. Ci siamo presi una pausa, ma quando ci siamo ritrovati per comporre nuova musica, le cose semplicemente non funzionavano. Siamo arrivati con fatica ad avere 2 o 3 pezzi pronti, ma solo ‘216’ è rimasta a far parte del nuovo disco. C’erano diversi motivi dietro a questa situazione, soprattutto personali come nel caso del sottoscritto, ma anche di rapporti tra i membri della band. Ci siamo separati prima da Andy, il nostro bassista, poi da Erik, chitarrista e membro fondatore della band. La sua uscita è stata particolarmente difficile da gestire, perché avvenuta poco prima di partire per il Roadburn Festival, in Olandese. Abbiamo avuto la fortuna di poter contare su Dave Watson, fino ad allora produttore e sound engineer. Le cose con lui hanno funzionato così bene che è entrato nella band a tempo pieno. Da lì, ci è servito altro tempo per rodare nuovamente la band e ricominciare a lavorare su pezzi nuovi. Stavolta è andata così, ma ti posso garantire che per il prossimo album non ci vorranno altri quattro anni!”

Avete lavorato sui pezzi in modo diverso rispetto al passato?
“E’ stato più o meno lo stesso processo di sempre. Jay scrive i pezzi per conto suo e ce li presenta quando pensa che siano più o meno pronti. Dave lavora un po’ allo stesso modo, un po’ crea in sala prove assieme a noi. Dave ha avuto un ruolo importante stavolta, perché ogni volta che nella band c’è un membro nuovo, questo porta sempre qualche sfumatura differente. Scrive come se fosse da anni negli Argus, ma ha le sue idee, che ci hanno aiutato ad ampliare la base da cui partire. Soprattutto ‘No Right to Grieve’ e ‘The Devils of Your Time’ mostrano aspetti diversi rispetto a quanto abbiamo fatto in passato. Cerchiamo sempre di provare nuove cose, restando fedeli a quello che siamo. Non faremo mai cambi al nostro sound per il gusto di farli, ma vogliamo continuare a provare cose nuove e far crescere gli Argus e quello che la band può diventare.”

C’è un qualche tipo di collegamento o di tema ricorrente a livello di testi?
“Non ci sono punti in comune, se si eccettua il fatto che i testi sono tutti opera mia, e quindi nascono anche e soprattutto dal mio stato d’animo. I miei testi sono sempre stati abbastanza personali, ma avevo sempre trovato spazio per storie fantastiche o allegoriche. Visto il momento difficile che ho personalmente attraversato, il disco è tutto ed esclusivamente basato sull’esperienza umana a livello di testi: si parla di ansia, malinconia, rimpianto, rabbia, tristezza e molte cose ancora… Temi universali che toccano tutti, ma visti attraverso la mia personale prospettiva.”

‘From Fields Of Fire’ è un disco molto vario, come nella vostra tradizione…
“E’ importante creare un disco vario ed equilibrato. Noi stessi ci annoiamo se tutto suona allo stesso modo. E’ un atteggiamento legato alle diverse influenze che ognuno di noi ha. Sono molto soddisfatto che i pezzi del disco siano davvero vari, e soprattutto diversi da quanto abbiamo fatto finora. Abbiamo lavorato molto sulle armonie vocali, e questo ha dato al disco un feeling differente. E sì, un pezzo come ‘Infinite Lives, Infinite Doors’ ha atmosfere davvero epiche, probabilmente più che mai in passato. E’ un pezzo davvero solido e ben riuscito, il mio preferito sul disco.”

Vi siete sempre mossi tra heavy metal classico e doom. Possiamo definire questo disco un po’ più spostato verso il metal classico?
“Cerchiamo di non pensare troppo a queste etichette. Vogliamo scrivere i pezzi migliori che riusciamo, senza chiuderci in nessun cassetto e senza forzarci in nessun modo. Sappiamo qual è il suono degli Argus e cosa invece non ci compete, ma non si tratta di etichette formali. Ogni canzone ha una storia a sé, e non c’è mai l’intenzione di seguire una strada o un’altra. Solo alla fine delle registrazioni possiamo davvero riflettere su cosa abbiamo creato nel suo complesso. Credo che questo album stia a metà tra ‘Boldly Stride’ the Doomed’ e ‘Beyond the Martyrs’. Magari musicalmente non è così dark, ma i testi e le melodie sono tra le più cupe che abbiamo mai scritto. E le prime recensioni che abbiamo letto sono molto varie, tra chi parla di heavy metal classico e chi ci accosta al doom. Alla fine tutto dipende da quello che ognuno trova nel disco, e dalle sensazioni che questo riesce a trasmettere.”

La tua più recente release è legata al progetto con Victor Arduini. Ha avuto qualche impatto sulla lavorazione di questo disco?
“Per quanto mi riguarda, il progetto Arduini/Balich è una cosa completamente separata dagli Argus. E’ stato scritto e registrato in una pausa degli Argus. Victor ha fatto tutta la musica, la mia parte è stata quella di scrivere linee vocali e testi, così sono stato in grado di gestirlo senza mai andare in contrasto con gli Argus. Credo che in qualche modo abbia avuto effetto anche sugli Argus, perché è una cosa arrivata in un momento in cui avevo bisogno di certezze. Ero di fronte a un blocco creativo, e alcuni problemi personali stavano facendo calare il mio desiderio di fare musica. Mi sentivo come davanti a un muro, senza più niente da offrire. Ma la scelta di Victor di credere in me e i suoi incoraggiamenti mi hanno davvero aiutato a superare questa fase con le giuste motivazioni… E il materiale su ‘Dawn Of Ages’ è stato forse il migliore che avessi mai cantato fino a quel momento. Ero davvero orgoglioso di quello che avevamo fatto, e questa sensazione mi ha dato nuova fiducia, per affrontare le composizioni e registrazioni con gli Argus. E questo si sente sul nuovo disco.”

Fin dagli inizi avete avuto un forte following in Europa. Credi che i vostri fan da questa parte dell’Oceano apprezzeranno il nuovo disco?
“Di certo c’entra il fatto di avere una label europea, la Cruz del Sur, e che gente come Oliver Weinsheimer in Germania e Mark Leigh in Irlanda ci abbiano dato la possibilità di suonare presto dal vivo, rispettivamente all’Hammer of Doom e al Dublin Doom Days. Questi festival sono stati il trampolino di lancio per iniziare ad arrivare alle persone in Europa. Da qui siamo partiti, e da allora consideriamo l’Europa la nostra priorità quando si parla di tour. La gente lì ama ancora l’heavy metal, e credo che come stile siamo molto adatti a loro. Quelli che abbiamo incontrato si sono rivelati molto leali verso la band e ci hanno aiutato a farci conoscere. Abbiamo il piacere di essere stati invitati ad altri festival importanti come Dutch Doom Days, Hell Over Hammaburg, German Swordbrothers, Roadburn, Convention Rock n’Metal e Storm Crusher. E’ davvero un onore avere avuto queste possibilità, e speriamo che ce ne siano altre. Suonare in Europa ci piace davvero molto. Ci impegniamo per offrire uno show eccellente, e credo che gli amici che ci siamo guadagnati lo riconoscono, col risultato di far crescere il nostro supporto.”

Come vanno le cose invece negli Stati Uniti? Riuscite a riscuotere lo stesso interesse?
“Esiste un mercato per questa musica, ma è molto più difficile crearsi un following significativo negli States che in Europa, dove molti apprezzano ancora l’heavy metal più tradizionale. Ci piacerebbe poter suonare più spesso qui – è solo questione che ci sia o meno l’interesse da parte di festival e promoter. E’ anche difficile insistere tanto sugli USA quando abbiamo a disposizione i pochi giorni di ferie dai nostri lavori e ci sembra di ottenere migliori risultati in Europa. Dobbiamo scegliere, anche se mi piacerebbe veder aumentare i nostri fan da queste parti… e magari aggiungerne di nuovi, oltre che qui e in Europa, magari in Asia e Sud America.”

Ancora una volta, avete scelto un artwork molto curato. Quanto conta questo aspetto per voi?
“Vogliamo sempre che l’aspetto visivo nei nostri album sia forte. Si tratta della prima cosa che vede chi non conosce già la band. Quando ero un ragazzo, mi capitava di comprare dischi basandomi soltanto sulla copertina – ogni tanto mi andava bene, ogni tanto no… Ma una componente visiva fa parte del tutto. L’heavy metal è noto anche per i suoi artwork, ed è importante avere immagini di qualità legate alla musica. Brad Moore è un artista di grande talento e una persona molto piacevole, che ormai conosco da 18 anni o più. E’ bello poter coinvolgere uno come lui in quello che facciamo. Mi piacciono tutte le copertine che ha disegnato per noi, ma questa è certo la mia preferita.”

In passato, avete spesso registrato delle cover da usare come bonus – due volte i Thin Lizzy, poi Candlemass e Pink Floyd. Rappresentano le vostre influenze?
“Certamente. Quando si tratta di scegliere pezzi da riprendere come bonus track o magari da suonare dal vivo, andiamo a cercare band e pezzi che amiamo, tutti o almeno qualcuno nella band. La scelta dei Pink Floyd forse è la più inusuale per noi, è stata suggerita da Kevin. A me, ‘On The Turning Away’ è sempre piaciuta molto, ed è stato interessante provare a rifarla. Mi piacerebbe che fosse un po’ più compatta, e magari non sarebbe male rifarla prima o poi. Credo che con la formazione attuale potrebbe rendere anche meglio.”

In particolare riguardo ai Thin Lizzy. Il loro guitarwork rappresenta un’influenza per voi?
“Assolutamente sì. Siamo tutti fan dei Thin Lizzy, e personalmente sono una delle mie band preferite di tutti i tempi. Eccezionali sotto ogni aspetto. Nessuno a parte gli Iron Maiden ha usato le armonie di doppia chitarra in modo efficace come i Thin Lizzy. Queste due band hanno avuto un’influenza enorme su come utilizziamo le armonie nei nostri pezzi. Mi piacerebbe fare di più in questo senso, in futuro. Ma tornando alla tua domanda, sì, le loro chitarre sono una grandissima influenza per noi, e questo ci mette tutti d’accordo.”

Una curiosità personale per chiudere. C’entra il disco dei Wishbone Ash nella scelta del vostro monicker?
“No, per nulla. Il nome è stato proposto di Erik Johnson, e nasce dal suo amore per Dungeons&Dragons e per la mitologia. Abbiamo pensato qualche volta di cambiarlo, ma alla fine ci siamo affezionati.”
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Discografia:
Argus (2009)
Boldly Stride the Doomed (2011)
Beyond the Martyrs (2013)
From Fields of Fire (2017)

Line-up:
Brian ‘Butch’ Balich – voce
Dave Watson – chitarra
Jason Mucio – chitarra
Justin Campbell – basso
Kevin Latchaw – batteria

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

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