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AKERCOCKE – ‘Renaissance In Extremis’

Credo che gli Akercocke da giovani abbiano sentito le stesse raccomandazioni materne comuni a tutti gli adolescenti del mondo: tagliati i capelli, vestiti bene, trovati una ragazza, prega il Signore. Vedendo i risultati, evidentemente i Nostri devono aver fatto un po di confusione: i capelli se li sono tagliati solo ora, dal 1997, ma si sono vestiti bene immediatamente, con quel loro outfit estremamente inglese, fatto di completi eleganti, panciotti e gilet. E il Signore? Hanno solo sbagliato direzione, pregando rivolti verso l’inferno e non verso il paradiso. Ecco allora convintissime croci capovolte che svettano sulle loro eleganti cravatte. E le ragazze? Per trovarle le hanno trovate… visto che il binomio blasfemia/sesso con loro è sempre stato inscindibile. Video musicali con scene saffiche, splendide ragazze in latex e seni nudi a profusione sono diventati tra gli elementi distintivi della pionieristica band inglese. Primo full length nel 1999, con quel ‘Rape Of The Bastard Nazarene’ che ci fece già intuire che la band non aveva certo intenzione di parlare di problemi esistenziali e storie d’amore. Forse le loro madri si pentirono un po di quei consigli male interpretati. Passano gli anni e loro tornano con questo ‘Renaissance In Extremis’, dove paradossalmente destrutturano il loro look e la loro immagine ormai consolidata, togliendosi i completi eleganti infilando semplici magliette, ma rendendo i testi meno espliciti e più maturi. Infine, ci regalano una copertina sicuramente meno “hard” e (ormai) scontata. I nostri iniziarono proponendo un proto-black metal (come Salem Orchid) quando ancora quella parola era riferita solamente ad un disco dei Venom. Mutarono il loro stile e crebbero in una progressione senza fine che li porta alle nostre orecchie, nel 2017, con uno dei dischi estremi dell’anno. Bellissimo. Cosa piace di questo disco? I suoni prima di tutto, perfetti, con quelle chitarre così moderne ma al contempo così novantiane. La band suona un death metal tecnico, oppurtunamente black-izzato dalle loro liriche volte sempre e comunque al “compiacere Satana” e ad alcune partiture indubbiamente black metal. Questo è il loro retaggio comunque, una band così feroce e intelligente da voler sposare insieme Immolation e Voivod, Celtic Frost e Death. Palesano sovente il loro grande amore per la band di ‘Symbolic’ (Roadrunner Records, 1995), sopratutto quando dopo sezioni in tempi dispari la chitarra solista parte sospinta da un riffing “dritto” e da un batterista che si lancia al galoppo sulla doppia cassa. Assolutamente “schuldineriani” moltissimi riff scaturiti dalle tecniche chitarre. Jason Mendonça da sempre il mastermind della band (insieme a David Gray) passa da un cantato brutalmente death ad uno screaming black metal ferale e tagliente con l’unico neo di una prestazione sul “pulito” davvero da dimenticare. Nel brano ‘First To Leave the Funeral’ Jason palesa tutti i suoi limiti, cercando di mascherarli alle orecchie meno esperte con interpretazioni tanto sentite quando forzate. Peccato. Resta l’impatto di un disco che (ripetiamo) in diversi momenti non può che farci versare una lacrima ricordando “Evil” Chuck, il tutto ammantato da una aurea colta e maligna. Progressive metal nella bella ‘Familiar Ghosts’ arricchita da effetti elettronici e assoli virtuosistici che sposano fusion e death metal per un pezzo che evoca i grandi Cynic. Ancora death tecnico con ‘A Final Glance Back Before Departing’ che sembra arrivare direttamente dagli anni 90, con una coda strumentale da brividi. ‘One Chapter Closing For Another To Begin’ è il brano che gli Ulver probabilmente scriverebbero se tornassero a suonare metal. ‘Inner Sanctum’ presenta forse le partiture chitarristiche più difficili di tutto il disco, per l’ennesima traccia strappa-applausi. Insomma che dire ancora? Un disco meraviglioso. Probabilmente le mamme dei membri della band avranno anche pronunciato la classica frase: “trovati un lavoro”. Il loro lavoro è scrivere dischi come questo. Capolavoro.

Tracklist:
01. Disappear
02. Unbound by Sin
03. Insentience
04. First To Leave the Funeral
05. Familiar Ghosts
06. A Final Glance Back Before Departing
07. One Chapter Closing For Another To Begin
08. Inner Sanctum
09. A Particularly Cold September

Line-up:
Jason Mendonça – voce, chitarra
Paul Scanlan – chitarra
Sam Loynes – tastiere, effetti
Nathanael Underwood – basso
David Gray – batteria

Editor's Rating

Alberto Biffi

Alberto Biffi

Alla tenera età di 11 anni fui folgorato sulla via di Damasco da una voce divina e soprannaturale (Bruce Dickinson), che mi guidò sulla retta via del Signore (R.J. Dio). Da allora ho vagato nel mondo metal cercando la mia giusta collocazione; dapprima come groupie (ma dovetti rinunciare presto, troppo brutto e peloso), poi come musicista coinvolto in innumerevoli progetti nell'area rock lombarda ed infine come umile scribacchino digital-musicale. Già redattore per Truemetal.it, Italiadimetallo.it, Metalitalia.com, Suonidistortimagazine.it ed altre innumerevoli realtà minori ma sempre e comunque professionali ed appassionanti, mi accingo ad iniziare questa nuova entusiasmate avventura con loudandproud.it.

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