Loud Reports

ACCIAIO ITALIANO 7 – Il report del festival @ Estragon, Bologna – 20.05.2017

Torna il festival tutto dedicato alla scena metal italiana – l’ Acciaio Italiano – che per la sua settima edizione è stato ospitato dalla prestigiosa cornice dell’Estragon Club di Bologna, un locale di grandi dimensioni, una venue storica alla quale sono legati i ricordi di tanti grandi concerti hard & heavy.

L’edizione 2017 si è caratterizzata per una line-up molto eterogenea dal punto di vista musicale, con un intrigante mix di giovani bands e formazioni storiche ancora sulla breccia.

I Silverbones sono una di quelle bands in grado di stamparti il sorriso sulle labbra dai primi riffs di chitarra, con il loro classicissimo power metal a sfondo piratesco che non può non far pensare alle galoppate metalliche dei Running Wild di Rock’n’Rolf. Il gruppo è al suo primo album di studio, “Wild Waves”, che dei dischi di debutto ha tutto l’entusiasmo e la purezza, anche quando questa sfocia nel tributo più sincero. I giri di chitarra presentano anche l’influenza maideniana per brani che denotano buoni numeri dal punto di vista tecnico, mantenendosi quasi sempre piuttosto veloci e melodicissimi. Appurato che i Running Wild sono l’influenza principale della band, dobbiamo rilevare alcune differenze sostanziali con la fonte d’ispirazione teutonica. Le lead vocals di Marco Salvador, peraltro solido chitarrista dalla notevole presenza on stage, ancorchè sostenute dai tipici cori del genere, mancano di quella personalità e di quel ruvido appeal che verrà con il tempo, e rispetto al “galeone tedesco”, manca quella componente hard rock alla AC-DC che ne ha caratterizzato soprattutto l’ultima parte della discografia. Tra i brani proposti citiamo l’iniziale titletrack “Wild Waves” e la lunga, complessa ed epica “Black Bart”. Si faranno, ed intanto va bene così.

Bastano pochi secondi per farci pensare che gli Arcana 13 siano una band speciale e per avere l’ennesima conferma sullo stato di grazia della scena doom tricolore (e non solo). La band è arrivata al primo full length ‘Danza Macabra’ dopo un lavoro certosino in fase di arrangiamento e songwriting. Uno sforzo compositivo che ha pagato, regalandoci brani di doom profondi e mai noiosi, tecnicamente validissimi e dal gusto melodico sopraffino, arricchiti dalle vocals pulite pregevoli di Andrea Burdisso. Il concerto si apre con la bellissima ‘Dread Ritual’, il brano di apertura di ‘Danza Macabra’ ispirato al film “La maschera del demonio” di Mario Bava, che racchiude tutte le caratteristiche testè citate. Ed eccola la grande intuizione della formazione ravennate, l’aver capito l’importanza della presentazione visuale dei brani on stage, aver compreso pienamente il potere evocatico e suggestivo del doom-horror metal. Ogni brano eseguito dal vivo dagli Arcana 13, oltre ad essere stato ispirato da un famoso film horror durante il processo compositivo, viene così accompagnato da immagini cinematografiche che ben si adattano alle suggestioni sonore della band. La formazione suona compatta, heavy, ma senza rinunciare ai ricami chitarristici grazie all’ottimo guitar work di Simone Bertozzi (il chitarrista solista) e Andrea Burdisso. Anche nella scelta dei suoni l’ispirazione cinematografica ha avuto la sua importanza, con particolare riguardo alle parti più atmosferiche ed evocative, al punto che l’etichetta di doom metal band sta di certo stretta agli Arcana 13, che in pratica propongono una commistione di doom, horror rock, con tratti stoner e psichedelici che cita pesantemente i Black Sabbath ma che si spinge ben oltre, con sezioni musicali che ci ricordano i Blue Oyster Cult ed i più recenti Ghost. Davvero interessante anche ‘Arcane XIII’, una composizione ispirata dal piccolo capolavoro di Pupi Avati “L’Arcano Incantatore”, un lungometraggio esoterico ed altamente evocatico, perfetto per dare libero sfogo alla creatività degli Arcana 13. Chiude lo show, in modo davvero impeccabile, una reinterpretazione straordinaria della main theme di “Suspiria”, altro capolavoro cinematografico della scena horror tricolore. Che dire, gli Arcana 13, che hanno davanti a loro un futuro radioso e “orrorifico”, ci sono piaciuti un sacco.

E’ tempo di thrash, che rimane probabilmente il genere “old school” più diffuso tra le giovani bands della scena metallica underground. Ed i Game Over, in quanto a carica contagiosa e stage presence, si distinguono dalla massa in modo evidente. La formazione, che è ancora giovane ma l’anno scorso ha già tagliato il traguardo del terzo album, ‘Crimes Against Reality’, mostra una naturalezza nello scorrazzare on stage che è tipica di chi ce l’ha davvero nel sangue. Ricordo ancora il frontman “Reno” una decina d’anni fa, quando ancora diciottenne, non si perdeva un concerto thrash in terra emiliana. Con lo stesso spirito del fanboy, con lo stesso entusiasmo contagioso e giusto con qualche capello in meno, a distanza di dieci anni, è lui ad incitare la folla da sopra il palco. Non è facile coinvolgere il pubblico quando si deve cantare un genere come il thrash e contemporaneamente suonare il basso, a maggior ragione quando le ritmiche sono velocissime, frenetiche, e le vocals devono cercare di stare dietro ad un riffing tanto serrato. Ma i Game Over riescono nell’intento, anche se, rispetto ad altre occasioni, pezzi come ’33 Park Street’, ‘Another Dose of Thrash’ o ‘Neon Maniacs’ e non vengono accolte con il consueto moshpit di un folto pubblico di thrashers. Anche i Game Over sono grandissimi fan del cinema horror e la cosa è evidente con l’esecuzione dell’ormai classica ‘Dawn Of Dead’ dal primo album ‘For Humanity’. Più che un concerto una scarica di adrenalina pura.

Si rimane in ambito thrash con i National Suicide, che con i Game Over hanno in comune un tiro davvero micidiale dal vivo. La formazione è in formissima e riesce, prima band della giornata, a coinvolgere pienamente un pubblico che nel frattempo è un po’ aumentato numericamente. Note di merito vanno soprattutto alla veemenza di una performance di rara intensità, ed agli sforzi del frontman Stefano Mini di scaldare pubblico ad ogni costo. In questo senso, l’heavy metal, ed il discorso vale per tutti i generi, è una musica che di solita da quanto riceve, nel senso che solo chi si sbatte può smuovere una platea troppo statica. La simpatia dei National Suicide viene fuori anche in sede di presentazione dei brani con il vocalist a regalare piccole perle di “saggezza”. Il nostro si dichiara non particolarmente fortunato nelle relazioni con l’altro sesso, ma in caso di appuntamento il suo consiglio è: “fuoco a volontà!”, una ‘Fire At Will’ terremotante e prontamente eseguita. Ce n’è anche per i giovani d’oggi, la generazione degli smartphone e dei social, mentre una volta molti giovani erano interessati a due sole cose: ‘Sucks n’Artillery’. Spassoso anche il siparietto di pubblicità per il secondo album, disponibile al merchandising, da comprare perchè ci sono le spese da recuperare, con qualcuno della band, da dietro, che aggiunge un: “che è pure un bel disco!” E si procede di questo passo, con i pezzi del primo disco che sono particolarmente conosciuti ed incisivi pur nella loro apparente semplicità. Le vocals di Stefano Mini sono graffianti ed alla fine, dopo tanto hard work e sudore versato, arrivano i meritati applausi al termine di una ‘Let Me See Your Pogo’ che la dice tutta sull’intento principale della band trentina.

I Witchwood sono, dal punto di vista tecnico ed artistico, ai vertici della scena heavy rock italiana ed assolutamente in grado di farsi apprezzare anche fuori dai nostri confini. Il valore di una band spesso si vede dalla qualità delle formazioni che l’hanno influenzata. Ed i nomi che hanno ispirato i Witchwood sono tra i più rilevanti della storia dell’hard rock, con le radici musicali ben piantate negli straordinari anni ’70. Tra questi vanno nominati certamente i seminali Uriah Heep e gli altrettanto intriganti Blue Oyster Cult, qui omaggiati da una rendition strepitosa di ‘Flaming Telepaths’ già contenuta nel recente EP ‘Handful Of Stars’. Dal punto di vista strumentale i Witchwood sono una band eccellente in ognuno dei sei componenti che ne fanno parte, e dopo averli visti dal vivo per diverse volte, concentrandoci solo sulla musica, si passa decisamente sopra al fatto che non si tratti di una formazione molto animata o ciarliera on stage. La verità è che il feeling ed il calore sprigionato dalle chitarre di Ricky Dal Pane ed Antonino Stella, o le melodie fatate tessute dalle tastiere e dal flauto sono davvero tutto ciò che serve per godere di uno show musicale ai massimi livelli in ambito hard rock. La musica, nei Witchwood, parla da sola, e lo fa con calore e pathos. Il resto lo fanno pezzi splendidi come ‘A Giant In The Cage’, ‘A Place For The Sun’ e la meravigliosa ‘Handful Of Stars’ (un brano nato nel sogno di Ricky), che pur mostrando con orgoglio le loro fonti d’ispirazione, mantengono sempre una loro forte identità, a cavallo tra cangianti suites prog rock e momenti più sognanti ed atmosferici. Uno show maiuscolo quello della band capitanata da Ricky Dal Pane, che è il fiore all’occhiello della scuderia Jolly Roger Records.

Gli Unreal Terror hanno una storia affascinante alle spalle, interessante al punto da ispirare una biografia nonostante la discografia della formazione sia davvero esigua, con un solo EP ed un album all’attivo, ‘Hard Incursion’ uscito originariamente nel 1986 e ristampato nel 2014 dalla Jolly Roger Records con qualche bonustrack. La formazione è riuscita a conquistarsi un seguito di culto nel corso degli anni ’80, senza dimenticare che la line-up originale vedeva anche la presenza importante di un personaggio come Mario “The Black” Donato alla chitarra. Dopo la splendida prestazione all’Acciaio di tre anni fa, con il frontman Luciano Palermi che ci impressionò per la capacità di cantare pezzi per nulla semplici, questa serata non è stata altrettanto fortunata. Innanzitutto il vocalist non era al top, cose che capitano ma che hanno condizionato un po’ la riuscita l’intero show. Anche dietro alle pelli lo storico drummer Silvio “Spaccalegna” Canzano non è parso nella miglior serata anche se lo storico drummer rimane sempre un esempio per tutti ed un pezzo di storia del rock duro tricolore. Ciò non significa che la musica degli Unreal Terror non abbia destato una buona impressione. I pezzi storici della band si collocano tranquillamente nell’eccellenza della scena classic metal ottantiana tricolore e pertanto la partenza di ‘Lucy Cruel’ è stata un tuffo al cuore.
Tra le note liete è piaciuta la performance del giovane chitarrista Iader D. Nicolini, il figlio del bassista della band, il grande Enio Nicolini, noto anche per la sua lunga militanza nei The Black. Personaggio storico Enio Nicolini, che ha dimostrato ancora una volta di essere un eccellente bassista dalla stage presence monumentale, figlia di tempi in cui i musicisti erano più propensi ad interagire con il pubblico coinvolgendolo durante l’esecuzione dei brani. Dal punto di vista della setlist la band, che avrà il suo secondo album in uscita per la Jolly Roger Records fra qualche mese, ha presentato quasi solo pezzi nuovi ancora sconosciuti al pubblico, come ‘Ordinary King’ e ‘Trickles Of Time’, una scelta piuttosto discutibile. La curiosità di ascoltare il nuovo album, descritto da chi l’ha già fatto come uno dei dischi dell’anno per le sonorità classic metal è comunque davvero alta, così come la voglia di rivedere questi metallers con il validissimo frontman al massimo della forma vocale. Noi, agli Unreal Terror, perdoniamo anche una serata un po’ così, fatta di luci e ombre, anche perchè il gran finale con il classico ‘Unreal Terror’ ci ha fatto nuovamente emozionare.

I Fil di Ferro sono un’assoluta rarità, una formazione metal italiana di stampo classico che ha attraversato, senza mai sciogliersi, quasi quattro decenni di vita (si sono formati nel lontano 1979). Durante questo lungo e tortuoso percorso la band si è lasciata tentare da diverse contaminazioni sonore ma sempre mantenendo un’impronta marcatamente heavy che viene fuori particolarmente durante le esibizioni dal vivo. L’ultimo corso della band è cominciato con l’arrivo dietro al microfono nel 2015 di Paola Goitre, dotata di grandissimo entusiasmo e di quelle vocals tirate in grado di rinverdire il materiale più classic della formazione. La formazione è completata dall’ottimo chitarrista Miky Fiorito, un grande ritorno il suo, tecnicamente dotato ma anche in possesso di grande feeling e dal bravissimo bassista Gianni Castellino, dalla presenza scenica imponente. Dietro alle pelli è rimasto l’unico membro originale dei Fil Di Ferro, quel Michele De Rosa che anche a sessantuno anni suonati mantiene un’energia ed una potenza invidiabili. I Fil Di Ferro, con la loro personalissima “Doro” dallo screaming impressionante, sembrano aver trovato la quadra, una compattezza invidiabile che unita ad un tiro micidiale ci hanno regalato uno dei concerti più trascinanti di questa edizione dell’Acciaio. Peccato solamente per il basso davvero sparatissimo dalle scelte al mixer, che ci ha impedito di ascoltare il sound dei Fil Di Ferro con i settaggi ideali. Un lieve difetto che comunque non ha condizionato un pubblico che ha veramente gradito sia la performance della formazione, che l’attitudine del gruppo ed in particolare la carica di simpatia e modestia di Paola. Tra i brani eseguiti ricordiamo con piacere l’opener ‘Get Ready’, la più cupa ‘Licantropus’, un vero simbolo per la band, l’intensa ‘King Of The Night e la conclusiva ‘It Will Be Passion” così introdotta dalla vocalist: “Se una cosa potrà salvare il mondo sarà la passione.” Come darle torto? Di passione i Fil Di Ferro ne hanno mostrata davvero tanta. Applausi.

Chiamati a ricoprire il ruolo di headliners per questa settima edizione dell’Acciaio Italiano, gli storici Vanexa hanno dimostrato la bontà del loro classic metal di ottima fattura. Il gruppo ha da poco dato alle stampe il nuovo album, ‘Too Heavy To Fly’, un lavoro che ha visto la band fondere il classic metal con un hard rock ben tratteggiato dalla voce del nuovo arrivato Andrea “Ranfa” Ranfagni, la cui ugola si adatta bene alle due anime del nuovo Vanexa sound. E’ proprio la titletrack del nuovo platter ad introdurre lo show. Della formazione storica è rimasta solo la sezione ritmica composta dal bassista Sergio Pagnacco, che si è confermato un vero animale da palco, e dal sicuro drumming di Silvano Bottari. La band è completata dalla solida coppia di chitarristi formata da Artan Selishta e Pier Gonella. Il “Ranfa” non fa parte di quella ristretta lista di frontmen in grado di trascinare l’audience in maniera incredibile, alla Bud Ancillotti o Claudio Pisoni per intenderci, sono rarissimi, ma ha il raro pregio di mantenere la voce su livelli impeccabili dalla prima all’ultima traccia ed allora lo show resta sempre ancorato alla scaletta. Quando questa va a toccare il passato remoto della band si rivedono sotto il palco alcuni dei personaggi storici della scena, tutti a scapocciare e a cantare. Non che il repertorio più recente venga snobbato, anzi, ed infatti la nuova ‘Paradox’, per la quale è stato pure girato un efficace videoclip, viene accolta piuttosto calorosamente. Il gruppo ha meritato quindi di vestire i galloni da headliners, mostrando che il nome dei Vanexa, anche nel 2017, merita rispetto e considerazione. Il gran finale, davvero appassionante, ha visto tutti i presenti coinvolti nell’headbanging collettivo durante l’esecuzione delle storiche “Metal City Rockers’ e ‘Rainbow In The Night’, rispettivamente la prima e l’ultima traccia dall’eponimo disco di debutto uscito nel 1979. Uno spettacolo di spessore, quello che ci aspettavamo da una band del calibro dei Vanexa.

Nonostante un pubblico di circa duecento paganti, non molti per un locale capiente come l’Estragon, peraltro occupato da più di un terzo da stand di dischi e non solo, l’Acciaio Italiano, il festival ideato ed organizzato da Antonio Keller della Jolly Roger Records, si è confermato anche nella sua settima edizione un evento davvero importante per la scena metal nazionale. Più che un mero spettacolo musicale l’Acciaio è anche un momento di aggregazione per gli appassionati di hard & heavy, per gli addetti ai lavori, gli artisti e quei personaggi che, nel loro piccolo, hanno contribuito a fare la storia della musica che noi amiamo nel nostro paese. E’ inutile e controproducente lamentarsi per ciò che avrebbe potuto o dovuto essere e non è stato. Ed allora godiamoci questa scena hard & heavy ITALIANA, perchè ha davvero tanto da regalarci dal punto di vista emotivo ed artistico. E diamoci l’appuntamento all’Acciaio Italiano 2018. Noi di loudandproud.it non mancheremo di certo.

Foto di Sabina Baron

Massimo Incerti Guidotti

Massimo Incerti Guidotti

Ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: tre incarnazioni del Sabba Nero in altrettante decadi, il canto di un Dio tra Paradiso (Perduto) ed Inferno, i fiordi ed i Kamelot in Norvegia, lo Sweden Rock Festival, il Fato Misericordioso ed il Re Diamante, il sognante David Gilmour a Pompei, i Metal Gods in Polonia, uno straziante Placido Domingo alla Scala. Sono stato sommerso dal fango in Svizzera per il 'Big 4'... ma sono ancora qui. E tutti quei momenti non andranno mai perduti nel tempo, perchè: "All I Want, All I Get, Let It Be Captured In My Heart".
Modenese, metallaro, milanista, nonostante tutte le sue nefandezze, amo la vita e la possibilità che l'arte (a 360°: in primis cinema, letteratura e fumetti) mi offre di viaggiare con la mente sprigionando la mia fantasia. Basta un disco o un concerto per sentirsi in Finlandia sotto una nevicata, anche se il paese più affascinante e variopinto del mondo rimane la nostra Italia. Doom on!

Post precedente

RIVERDOGS - I dettagli del nuovo album 'California', brano online

Post successivo

ATLANTEAN KODEX - 'The Annihilation Of Bavaria'