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ACCEPT – Headbanger Symphonies

Il trademark di una band, nel novanta per cento dei casi, è rappresentato dal cantante. Gli Accept appartengono senza alcun dubbio al restante dieci. Nonostante una voce assolutamente caratterizzante, sono riusciti ad avviare una nuova fase, commercialmente ed artisticamente al livello della vecchia, condotti in modo sicuro dalla chitarra e dall’estro compositivo di Wolf Hoffmann. Con ‘The Rise Of Chaos’ arrivano al quarto disco in studio dell’era Tornillo, ma il presente porta al chitarrista tedesco una sfida ancora differente…

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Tra pochi giorni infatti, gli Accept si esibiranno a Wacken, con uno show molto particolare, che mescolerà il materiale della band con la recente produzione solista di Wolf…
“Il materiale di ‘Headbangers Symphony’ verrà suonato per la prima volta, con un’orchestra composta da 50 musicisti, di Praga, la stessa che ha registrato il disco. Avremo una prova completa prima del festival, non è molto ma ce la faremo bastare. L’unico membro fisso di tutto lo show sarà il batterista, Christopher Williams. Per la parte classica avremo un altro bassista e un secondo chitarrista diverso. Peter non ha voluto partecipare, mi ha spiegato che non si sente a suo agio su questa musica e io posso solo rispettare la sua decisione. All’inizio non nego di esserci rimasto male, ma alla fine è una mia passione e non posso pretendere che sia anche una sua. Al basso ci sarà Daniel Silvestri, alla chitarra Phil Showell, entrambi di Nashville. Musicisti differenti per questa prima parte, mentre i membri degli Accept saliranno per la seconda parte, e poi ci sarà qualcosa che non abbiamo mai fatto prima, ovvero pezzi degli Accept suonati con il supporto dell’orchestra. Sarà una cosa molto speciale, che non è mai stata fatta prima…”

E’ stato difficile adattare i pezzi di ‘Headbanger Symphony’ alla rappresentazione live?
“No, perché verranno suonati esattamente come sono stati fatti su disco. Un territorio decisamente meno familiare è quello dei pezzi degli Accept. Non sono stati concepiti per l’orchestra, non sapevo quando ho iniziato a lavorarci su come potevano venire. E’ un lavoro che io stesso non avevo mai fatto, ma devo dire che i risultati sono molto interessanti. Ci sono pezzi che non si prestano, e per questo non abbiamo preso, come ad esempio ‘Restless and Wild’. Ma anche brani insospettabili come ‘Fast as a Shark’ che invece rendono molto bene. Ovviamente ci saranno i classici come ‘Metal Heart’, che una certa componente orchestrale l’avevano fin da subito, ma sono convinto che alcune scelte sorprenderanno molti. Tutto è per certi versi rischioso, perché non abbiamo mai fatto nulla del genere e il tempo per provare non è stato tanto. Di certo è una piccola grande impresa, e ti assicuro che sono nervoso pensando al risultato.”

E’ noto il tuo amore per la musica classica…
“Sì, anche se non è sempre stato così. La mia famiglia ha giocato un ruolo in questo: quando ero piccolo non c’era rock che girava in casa, solo musica classica. E questo ha provocato una reazione opposta all’inizio, la scelta di fare musica diversa, cruda, come quella degli Accept. Un cantante come Udo è la cosa più lontana da un cantante lirico che tu possa immaginare, no? Pensa a un titolo come ‘I’m A Rebel’, quella era la mia missione, essere diverso da quello che avevo avuto intorno fino a quel momento. In un certo senso, con questo concerto è come se si chiudesse un cerchio, quello della mia formazione musicale, con le due anime diverse che alla fine si mescolano tra loro. E’ stato un viaggio lungo, che non avrei mai nemmeno potuto immaginare. Il mondo della musica classica, a parte la musica di per sé, mi è sempre sembrato così lontano, così rigido. Amo la musica, ma tutto quello che la circonda continua a non fare per me, è troppo ingessato e alla fine noioso. Manca il coinvolgimento, manca la passione, ed è quello che vorrei vedere portando questa musica in uno scenario prettamente rock/metal come è Wacken. ”

Hai un compositore classico preferito?
“Non solo uno, ma se dovessi farti un nome solo credo che sarebbe Ciaikowski. E’ uno dei primi che ho scoperto ed è molto simile al modo in cui io concepisco la musica, heavy metal compreso. Poi mi sono aperto verso compositori più legati alle melodie, come Vivaldi e Mozart… All’inizio preferivo decisamente gli autori più drammatici e maestosi, come Ciakowski, ma anche Dvorak e Bizert, o Beethoven…”

Tornando agli Accept, quanto è stato importante per il successo della band questo elemento classico, maestoso e orchestrale?
“Più di quanto non avrei pensato ai tempi. E ne ho avuto ancora la conferma lavorando alle partiture dei pezzi per la serata di Wacken. Anche un pezzo come ‘Fast As A Shark’ ha talmente tante parti chitarristiche che sembra fatto per essere suonato da un’orchestra, anche se il primo impatto è completamente differente. Non ci sono solo accordi aperti e chitarre distorte, ma c’è una struttura dietro che si sposa meglio con l’orchestra. Pensa a band più rock come Rolling Stones e Status Quo: non credo che i loro pezzi potrebbero rendere bene se suonati in modo fedele da un’orchestra. In questo senso, riarrangiare i nostri pezzi è stato più semplice.”

Verrà registrato il concerto?
“Certo, perché sarà una cosa molto speciale. Non posso dirti che sarà unica per sempre, anche se è probabile. Certo, se andrà davvero molto bene come speriamo, non è detto che non ci sarà la possibilità di ripeterla. Anche se un tour con un’orchestra del genere è davvero improponibile. Ma magari qualche show selezionato, in occasioni particolari… Magari in un teatro, o comunque in un posto più adatto alla musica classica… Lì il problema sarebbe l’opposto, quello di inserire una band rock senza creare contrasti con le sonorità più classiche dell’orchestra, e penso soprattutto alla batteria.”

Parliamo anche del nuovo ‘The Rise Of Chaos’, che già dal titolo promette temi tutto meno che tranquilli…
“E’ un titolo che suona molto heavy metal, e rispecchia molto bene quello che succede nel mondo. Non è un messaggio, non si tratta di un concept album, ma se ti guardi attorno puoi vedere come il caos nel mondo sia ovunque.”

Si tratta di un disco che resta ovviamente fedele alle vostre tradizioni, nel segno della continuità rispetto al materiale più recente…
“Il nostro è un ‘Metal Heart’, non dimenticartelo. Il suono degli Accept è molto chiaro, questo è il quarto disco che facciamo con Mark, peraltro dopo che ‘Blind Rage’ è finito al numero 1 delle classifiche di vendita in molti paesi. E’ un disco che prosegue il discorso che abbiamo ricominciato qualche anno fa. Non è cambiato molto nel processo, i pezzi nascono in ogni momento, magari in tour o quando meno te lo aspetti. Peter ed io poi ci troviamo per confrontare le nostre idee e per completare i pezzi.”

Un pezzo che spicca al primo ascolto è ‘Analog Man’, che Mark pare interpretare con particolare passione…
“E’ un pezzo che parla di lui, almeno in un certo senso! Mark dice sempre di essere un “uomo analogico” calato in un mondo digitale, lo dice da anni e si lamenta di questo! E stavolta ci siamo detti che sarebbe stato un buono spunto per un pezzo, partendo da un riff che avevamo. Abbiamo messo le sue parole e gli abbiamo dato la sua canzone, l’uomo analogico. E su questo ha potuto scrivere il testo che aveva in mente da anni! E’ un testo per certi versi ironico, che però parla della situazione che viviamo ogni giorno, e soprattutto di quelli della nostra età che si ricordano ancora come erano le cose prima di diventare completamente digitali.”

Dal punto di vista musicale, che influenza ha le tecnologia? Ci sono tante band che si dichiarano con orgoglio analogiche, come se la tecnologia fosse tutta da buttare…
“Se la usi con saggezza, la tecnologia ti può aiutare in modo tremendo. Rifiutare del tutto la tecnologia è possibile, ma si dovrebbe fare a meno di molte cose utili. Ci sono grandi strumenti che ti possono aiutare, e penso soprattutto alla comunicazione. Oggi basta un telefono per comunicare in tempo reale con tutto il mondo. E’ la realtà di oggi, non si può riportare indietro il tempo…”

Dal punto di vista musicale, come si può gestire la tecnologia? Porta con sé più vantaggi o rischi, come quello di abusarne?
“Il rischio c’è, ed è quello di avere band che suonano molto simili e non sanno suonare i pezzi che loro stessi hanno inciso. Il rischio è quello che di esagerare con la tecnologia, ma se si usa in modo intelligente può essere uno strumento davvero ottimo. Un altro rischio è quello di avere troppe scelte. Con un amplificatore analogico, hai a disposizione un sound solo. Con una pedaliera idem. Con un computer hai a disposizioni tutti i suoni del mondo, ed è facile perdersi. La cosa migliore è forse quella di muoversi con un atteggiamento analogico nel mondo digitale, per ottenere il meglio da quello che si ha. Ottenere il meglio di entrambi i mondi, che non è per forza semplice, ma può essere la soluzione migliore.”

Questo è anche il primo studio album con la nuova formazione…
“Con il nuovo drummer in particolare, perché come sempre in studio mi sono occupato io di tutte le chitarre. C’è stata qualche differenza, perché Chris è molto solido oltre che molto talentuoso, e in studio abbiamo lavorato insieme molto sulle sue parti. Ma alla fine il processo è sempre lo stesso, sappiamo quello che vogliamo come band, ogni musicista può portare il suo contributo ma il disegno di fondo è sempre lo stesso. Alla fine abbiamo un certo stile, che dobbiamo seguire. Gli Accept hanno un ruolo più grande di quello che possono giocate i singoli membri. Abbiamo una storia lunga alle spalle, dobbiamo sapere quello che possiamo fare. E vale anche per me. Potrei suonare cose molto diverse ma non lo faccio perché non rientrerebbe nel concept. Con un nuovo drummer serve magari un po’ di guida all’inizio, indicazioni su cosa rientra o meno nel concept della band.”

Certo, gli Accept hanno un trademark sonoro molto evidente. Non rischia di essere alla fine un po’ limitante?
“Per certi versi sì, ma alla fine è una cosa positiva. Perché non devi cercare nulla, ma sai quello che la gente si aspetta da te. E’ come la tecnologia digitale di cui parlavamo prima. Se non si hanno limiti, è difficile definire se stessi e trovare un proprio spazio. Noi questo spazio ce l’abbiamo, e ben definito. Tutto quello che dobbiamo fare è scrivere pezzi nello stile degli Accept. E la cosa divertente è che con il suono che abbiamo, con quindici album alle spalle, produttori differenti, studi differenti, musicisti differenti, cantanti differenti, alla fine suona sempre tutto Accept! A volte non so nemmeno io da dove esca questo suono così caratterizzato ma c’è. Oggi credo che suoniamo meglio rispetto al passato, ma le basi musicali sono sempre le stesse. Alla fine è il modo di comporre, perché è l’unica costante di tutti questi anni.”

Credi che ci sia comunque spazio per stupire il tuo pubblico, muovendosi all’interno di un suono così chiaramente definito?
“Il rischio è quello di seguire sempre lo stesso schema, anche se avere un suono coerente non è per forza sbagliato, anzi. Il segreto è quello di restare legati al proprio sound, ma facendo ogni volta pezzi migliori. Ed è quello che cerchiamo di fare ogni volta, disco dopo disco. E guardando avanti, non indietro. Non vogliamo suonare come quello che abbiamo già fatto, ma fare qualcosa di nuovo, restando nel nostro stile. Non è solo nostalgia, da parte nostra cerchiamo di fare pezzi e dischi sempre migliori. E se ci riusciamo, toccherà al nostro pubblico deciderlo…”

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Discografia:
Accept (1979)
I’m a Rebel (1980)
Breaker (1981)
Restless and Wild (1982)
Balls to the Wall (1983)
Metal Heart (1985)
Russian Roulette (1986)
Eat the Heat (1989)
Staying A-Life (1990)
Objection Overruled (1993)
Death Row (1994)
Predator (1996)
All Areas – Worldwide (1997)
Blood of the Nations (2010)
Stalingrad (2012)
Blind Rage (2014)
Restless & Live (2017)
The Rise of Chaos (2017)

Line up:
Mark Tornillo – voce
Wolf Hoffmann – chitarra
Uwe Lulis – chitarra
Peter Baltes – basso
Christopher Williams – batteria

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

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