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RAM – Destroy All Monsters

La nascita dei Ram risale al 1999. Da allora, la band svedese è sinonimo di heavy metal incorruttibile. Disco dopo disco, si è costruita un following fedele su cui riversare con regolarità una massiccia dose di heavy metal. Con il nuovo ‘Rod’, che abbiamo recensito qui, i Ram si propongono un importante salto di qualità, evidente nella scelta del loro primo concept album, anche se solo parziale. Del disco, che farà sicuramente capolino in molte classiche di di fine anno, abbiamo parlato con il vocalist Oscar Carlquist

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La prima impressione è quella di un disco più melodico e lineare rispetto al passato…
“Non ne sono così convinto. O meglio, non è un disco così diverso. Ogni nostro album è differente, questo è pacifico, ma non abbiamo mai cercato di stravolgere il nostro suono. Non ci interessa, la band è nata per suonare la musica che amiamo, ed è ancora quello che facciamo, ovviamente cercando di scrivere pezzi via via più belli. Una componente melodica c’è sempre stata nella nostra musica, magari stavolta trova qualche spazio in più ma non c’è niente di calcolato o programmato. Ci sono più parti armoniche, questo sì, ma l’impatto del disco è fondamentalmente lo stesso delle nostre release passate.”

Una novità assoluta è il fatto che ‘Rod’ sia un concept album, anche se solo parzialmente…
“E’ un’idea che ci girava in mente da un po’, e che stavolta ha preso forma. Siamo partiti da ‘The Cease To Be’, che mi ha ispirato la scena di un personaggio alla ricerca di qualcosa nell’oscurità. Un tema che ci ha intrigato e che abbiamo cercato di espandere e sviluppare ulteriormente. Non ci eravamo detti all’inizio che volevamo fare un concept, le scelte a tavolino non funzionano. Ma ci siamo resi conto che le idee andavano in questa direzione, e allora le abbiamo assecondate.”

Avete adottato un modo di lavorare diverso per questo disco, quindi?
“A dire il vero no, i pezzi sono nati allo stesso modo di sempre. Il grosso viene composto da Harry Granroth e da me, in modo assolutamente complementare. Melodie e riff, ci scambiamo idee finché il pezzo è più o meno completo, e solo allora lo portiamo agli altri della band, che comunque possono suggerire ogni cambiamento ritengano opportuno.”

Non ti occupi solo di testi quindi, come ci si aspetterebbe da un cantante…
“No, con Harry mi divido il lavoro musicale, mentre melodie e testi restano compito mio. Suono la chitarra, non per forza da poterlo fare on stage, ma in modo sufficientemente buono per poter comporre. Senza contare che spesso parto da melodie che sento nella mia testa e che registro alla prima occasione, sul cellulare o in segreteria telefonica. E il lavoro con Harry segue un filone ormai collaudato.”

Torniamo al concept che avete scelto…
“E’ una storia piuttosto oscura, che si sviluppa sugli ultimi sei pezzi del disco. Una storia cupa, dedicata alla ricerca di qualcosa che non arriva, e che si conclude in modo tragico. Ma non farmi raccontare troppo, come tutti i miei testi preferisco che ognuno la interpreti alla sua maniera.”

Come mai la scelta di un concept solo parziale?
“Se ci pensi, anche uno dei concept album più famosi di sempre, ‘2112’ dei Rush occupa solo la metà di un disco. Volevamo essere più liberi, non legarci per forza a una storia sola. Ci piaceva l’idea di sviluppare una vicenda in modo più esteso, ma non volevamo il vincolo di legare tutto il disco allo stesso tema. E abbiamo anche pensato al live: in questo modo possiamo suonare tutto il concept senza per forza occupare tutto il tempo che avremo a disposizione. Coi concept è così, se li suoni per intero fai solo quello. Ma se fai solo qualche pezzo sparso, rischi di perdere il filo logico. Ci sembra di aver trovato un giusto compromesso.”

Tra i pezzi per così dire “liberi”, spicca ‘Gulag’, sia per la musica che per il, testo…
“E’ un pezzo che ho scritto quasi completamente da solo, musicalmente più di atmosfera che di impatto. Parla di un tema per me molto importante, la pressione che un ambiente può esercitare sull’individuo per obbligarlo a conformarsi e ad abbandonare le sue attitudini. L’ambito può essere differente, ma la pressione del gruppo sul singolo è sempre molto forte. In Svezia oggi c’è poca coscienza su quanto regimi autoritari come quello sovietico hanno fatto in questo senso in passato. E non è questione di politica, da questo punto di vista destra e sinistra non fanno differenza. Dietro una formale uguaglianza c’è la cancellazione dei diritti dei singoli, fino ai più fondamentali.”

E’ interessante che poco prima di voi sia uscito sempre per Metal Blade il nuovo disco dei vostri connazionali Portrait…
“E’ un ottimo disco, e i Portrait sono nostri grandi amici da sempre. Ci conosciamo da una vita, abbiamo in comune il desiderio di trovare uno stile personale per quanto possibile, senza allontanarsi dal classico heavy metal. E’ stato accolto molto bene, e sono felice per loro. Spero che lo stesso accada con il nostro ‘Rod’.”

So che un’altra band a voi molto vicina sono i Nifelheim…
“Anche loro sono amici da sempre, ho fatto anche per anni il roadie per loro. Sono diversi da noi come stile, ma condividiamo lo stesso amore per grandi band come Judas Priest e Iron Maiden. Sono stati capaci di creare attorno a loro un vero e proprio culto, assolutamente meritato.”

A proposito di Judas Priest, non hai mai fatto mistero della grande influenza che Rob Halford ha avuto sul tuo modo di cantare…
“Assolutamente no, e devo dire che vale più per le sue cose soliste che per i Judas Priest, che comunque sono una delle mie band preferite. Un disco come ‘Resurrection’ ha avuto un grandissimo peso sulla nascita della band, e certo il suo stile si può sentire anche nel mio modo di cantare, come è normale che sia. All’inizio urlavo e basta, ora sto cercando di modulare meglio la mia voce, per aggiungere colore e tonalità ai brani. E’ anche questione di esperienza, oltre che di maggiore fiducia.”

Vi vedremo prossimamente in tour a supporto del disco?
“Ci stiamo lavorando sopra. Nelle prossime settimane faremo alcuni show singoli, soprattutto qui in Svezia, ma per l’inizio del 2018 dovremmo avere un tour vero e proprio, che però stiamo ancora definendo nei dettagli. Ci teniamo molto, suonare dal vivo è sempre stato uno dei nostri obiettivi, e vogliamo portare on stage i pezzi nuovi. L’energia che si crea sul palco èp sempre molto positiva, per noi innanzitutto.”

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Discografia:
Sudden Impact (2003)
Forced Entry (2005)
Lightbringer (2009)
Death (2012)
Svbversvm (2015)
Rod (2017)

Line-up:
Oscar Carlquist – voce
Harry Granroth – chitarra
Martin Jonsson – chitarra
Tobias Pettersson – basso
Morgan Pettersson – batteria

Sandro Buti

Sandro Buti

Scrivo di heavy metal dai lontani e gloriosi anni Ottanta. Prima su fanzine più o meno amatoriali, poi dalla metà degli anni Novanta su magazine come Flash, Metal Hammer e Metal Maniac. Sono da sempre un cultore della scena underground, perché è ricca e perché è da lì che tutti arriviamo...

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