Loud Reports

MALTA DOOM METAL – Il report del festival @ Chateau Busketts, Siggiewi (Malta) – 27+28.10.2017

Il Malta Doom Metal Festival è un piccolo evento che negli anni ha conquistato una sempre maggiore risonanza e credibilità nel contesto dei festival underground europei. Organizzato da un’agguerrita crew di fan maltesi, tra cui spiccano membri di band importanti dell’isola come Forsaken e Victims Of Creation, nel giro di 8 anni ha saputo ritagliarsi sempre più spazio nei cuori non solo della comunità metal della piccola isola, ma anche in quelli di molti appassionati provenienti da tutta Europa, per cui è ormai un appuntamento fisso. La natura stessa del fest si è evoluta nel tempo, e sebbene il doom rimanga l’ingrediente principale, da qualche anno la presenza di gruppi di altri sotto-generi metal si è allargata, arrivando ad offrire una visuale più ad ampio spettro sulla nostra musica preferita, anche se sempre molto legata alle sue interpretazioni più tradizionali. In ogni caso, al di là degli ottimi gusti di chi seleziona ogni anno le band, a colpire del MDM è soprattutto l’atmosfera: lo Chateau Busketts, il luogo ove si svolge la kermesse, è un classico posto da ricevimenti e matrimoni, ben strano figurarsi che in un posto del genere possa svolgersi un concerto metal… eppure, tale e tanta è la passione e la professionalità messa in campo dagli organizzatori che è impossibile non sentirsi subito “a casa” non appena giunti sul posto. Un sentimento reso ancora più vivido dal fatto che, essendo un piccolo festival in una location così amena, è praticamente inevitabile che i musicisti si mescolino tra i fan, sia dentro che fuori dal locale, in un continuo scambio di sorrisi, pacche sulle spalle, foto di rito e autografi che però non travalica mai, proprio perché l’atmosfera è talmente familiare da sciogliere ogni tensione.
Detto tutto questo, passiamo a qualche commento sulle band impegnate nelle due giornate…

Venerdì 27 ottobre

Il venerdì è tradizionalmente giornata più breve per il festival, probabilmente per dare modo a chi lavora di arrivare per tempo e non perdersi i primi gruppi. Anche l’edizione 2017 non fa eccezione, ed è quindi alle 19:30 circa che salgono sul palco i King Witch. La band scozzese propone sia brani tratti dal loro unico EP ‘Shoulders Of Giants’, sia altri pezzi come ‘Sacrifice’ e ‘Hunger’. che saranno presumibilmente presenti sul loro primo full-length in uscita nel 2018 per Listenable Records. L’impatto del gruppo dal vivo è veramente notevole. Diciamoci la verità: riuscire a conquistare un pubblico avvezzo al genere proponendo un doom con voce femminile di stampo assolutamente classico non è semplice. Il rischio del già sentito è dietro l’angolo. Ciononostante, la band si fa apprezzare, e tanto, da tutti i presenti, grazie a un sound roccioso e passionale e alla potentissima voce di Laura Donnelly, perfettamente a suo agio anche sulle tonalità più difficili. Sicuramente il gruppo rivelazione del festival: non mancheremo di seguirli con grande attenzione anche in futuro. Un ottimo inizio davvero per questa edizione del MDM.

Anche il secondo gruppo sul palco del festival ha una voce femminile: si tratta infatti dei tedeschi High Fighter. Mona Miluski tiene il palco con autorevolezza e alterna voci pulite a growl aggressivi con facilità. Lo stoner/sludge della band è possente e sporco, ma alla lunga risulta un po’ monocorde. In ogni caso, il pubblico sembra apprezzare.

Nel frattempo, si sono ormai fatte le 21:30 ed è quindi giunto il momento del primo dei due gruppi headliner della serata: gli attesissimi (soprattutto da noi) Atlantean Kodex. La band bavarese apre le danze con ‘Enthroned In Clouds And Fire’, brano tratto dall’ultimo album ‘The White Goddess’, e immediatamente ci troviamo catapultati in un mondo fatto di epiche battaglie e onore cavalleresco. Che i Kodex siano il miglior gruppo epic metal degli ultimi 15 anni o più lo pensiamo in molti, anche se forse non siamo ancora abbastanza, e anche a Malta la loro esibizione è come sempre all’altezza delle aspettative: potente, intensa e coinvolgente. Markus Becker è un cantante eccezionale nella sua normalità: affronta con grande naturalezza anche i passaggi più complessi e il suo look non precisamente da metal frontman viene messo totalmente in secondo piano dalla sicurezza con cui ci narra i miti del Sole Invitto e della dea Europa. Già, l’Europa, tanto bistrattata ultimamente dal prepotente ritorno dei populismi di ogni colore, e che invece per i Kodex è un bene da proteggere e custodire, insieme alla sue radici, sia pagane che cristiane. È veramente inusuale per un gruppo heavy metal fare riferimento alle opere di un antropologo come James Frazer piuttosto che all’escapismo fantastico di Tolkien: ma alla band bavarese non mancano di certo la cultura né il coraggio. Un coraggio apprezzato e ripagato da molti fan, tanto che durante l’esecuzione dell’inno ‘Twelve Stars And An Azure Gown’ compare tra il pubblico persino una bandiera dell’UE, segno che il messaggio è stato recepito. Certo, aiuta il fatto che il suddetto brano sia uno dei più belli mai sentiti nella nostra amata musica metal, con melodie che vanno dritte al cuore e quella maestosità che solo l’epic riesce a dare. Un’ora di show indimenticabile per un gruppo che meriterebbe maggiore attenzione anche al di fuori dell’underground.

Se la musica degli AK, pur non essendo categorizzabile come Doom in senso stretto, ha comunque ancora dei legami con il genere, soprattutto nei tempi rallentati e nella drammaticità dell’impianto, con i Desaster abbiamo la prima vera escursione di quest’anno in un genere del tutto diverso. La band tedesca è infatti autrice di un thrash/black metal furioso e primordiale, basato su velocità estrema, vocals al vetriolo (ma tutto sommato ancora comprensibili) e rasoiate di chitarra che concedono davvero poco alla melodia. I fan maltesi del metal estremo sono in visibilio, la band se ne rende conto e picchia a più non posso. Anche se non si amano certe sonorità, che la band sia solida e possente è indiscutibile. Un ottimo show, con il batterista Tormentor tra i grandi protagonisti. Del resto, ci sarà un motivo se ha suonato con una dozzina di gruppi uno più cattivo dell’altro…

Finiti i concerti dei due headliner, c’è ancora spazio per una band di chiusura, come sta ormai diventando consuetudine in tanti festival in giro per il mondo. L’onore e onore tocca in questo caso ai Risen Prophecy, combo inglese dedito ad un power/thrash metal piuttosto tecnico e articolato. Nonostante l’ora ormai tarda, e sebbene buona parte del pubblico presente con i Desaster si sia ormai allontanato, il gruppo raccoglie applausi da parte dei fan che hanno deciso di restare fino alla fine grazie a una prestazione apprezzabile e a una buonissima presenza sul palco. A tratti si ha l’impressione che le strutture dei loro brani siano un po’ troppo ambiziose per il loro stesso bene, e qua e là fa capolino qualche imprecisione, ma niente di drammatico, soprattutto per una band che ha sulle spalle un’intera giornata di tensione in attesa della propria esibizione.

Mandata in cantiere questa prima giornata, ci allontaniamo dallo Chateau Busketts stanchi, ma estremamente soddisfatti e ottimisti per il giorno seguente…

Sabato 28 ottobre

La giornata di sabato inizia con un’ora circa di ritardo rispetto alla schedule, ma non essendoci problemi di orario di chiusura, l’inconveniente non porta conseguenze. Ad aprire la kermesse sono i maltesi A Broken Design, band autrice di uno stoner rock molto interessante. Il quartetto è convincente, con un sound ben studiato e accattivante, sia sulle sezioni più groovy che su quelle più veloci. I brani suonati vengono tutti dal loro EP ‘Halo Of Flies’. Colpiscono in particolare la titletrack e l’incalzante ‘Little Brother’. Ottima prova di tutti i musicisti, tra cui spicca soprattutto il bassista Liam, vera macchina da groove. Un buon inizio anche per la giornata di sabato.

Tocca poi ai nostri connazionali No Good Advice. La band piemontese appare subito a suo agio sul palco del MDM, e nella quarantina di minuti a sua disposizione si conquista i favori del pubblico con il suo mix di stoner e hard rock settantiano. A livello tecnico, i ragazzi sono davvero preparati e il loro entusiasmo è contagioso. Volendo fare una critica costruttiva, le strutture dei loro brani forse potrebbero essere snellite un pochino, almeno in sede live, e ne guadagnerebbero in impatto. In ogni caso le qualità ci sono: se continueranno a crederci così, avranno sicuramente molte soddisfazioni in futuro.

Anche la terza band della giornata, i Rage Of Samedi, è caratterizzata da un sound influenzato dallo stoner rock, anche se ne loro caso la componente sludge è molto più importante. I paragoni con i Down di Phil Anselmo sono abbastanza scontati, ma nondimeno utili a far capire a chi non li avesse mai sentiti quali sono le loro coordinate sonore. Le chitarre di Sam D. Durango e Dixie King dominano la scena. Anche nel loro caso, il riscontro del pubblico è buono e la band è sicuramente professionale e tosta, ma fatica a far scattare quella scintilla in più che molti degli altri gruppi hanno saputo accendere.

Dopo 3 gruppi molto vicini allo stoner, si cambia registro con i “nostri” Witchwood. La band guidata da Riccardo Dal Pane è giustamente tra le formazioni italiane più celebrate dalla critica negli ultimi 2 anni, ossia dall’uscita del loro primo, splendido album ‘Litanies From The Woods’ per la Jolly Roger Records. Per la band si tratta della prima uscita fuori dai confini italiani, ma i ragazzi non si fanno intimorire e offrono il solito, grande spettacolo. Il pubblico è letteralmente rapito dal loro hard rock progressivo settantiano e li incita a gran voce. Tutto il set (in cui trova spazio anche una cover dei Blue Oyster Cult, ‘Flaming Telepaths’) è eseguito alla grande, con ‘Liar’ e ‘A Place For The Sun’ a conquistarsi, almeno per chi scrive, la palma di momenti più entusiasmanti. Unica pecca, il mix non perfetto dei suoni che penalizza soprattutto il flauto di Samuele Tesori. In ogni caso, è indubbio che i nostri connazionali siano la band più applaudita della giornata dopo i due headliner, a ulteriore riprova della loro grande personalità e bravura. Avanti così!

Dopo i Witchwood, toccherebbe agli Excruciation, ma anche i redattori hanno bisogno di nutrirsi e di prendere fiato, quindi ci limitiamo a dire che dall’esterno della sala concerti si sentiva la gente applaudire tra un pezzo e l’altro e passiamo a parlare del gruppo successivo (sorry guys!).

Vengono dalla NWOBHM i Sacrilege. Potreste avere qualche difficoltà ad identificarli, vista la grande quantità di band omonime (persino in UK esiste un altro gruppo con lo stesso nome!), quindi ci limiteremo a passarvi un link alla loro pagina ufficiale: http://www.sacrilegenwobhm.com/. A vedere questi attempati signori inglesi presentarsi allo Chateau Busketts, viene da chiedersi se esistano ancora band della NWOBHM che non siano state in qualche modo recuperate, riformate o riscoperte. Del resto, i Sacrilege fanno parte di quella fascia di gruppi di quel movimento particolarmente sfigati, che non hanno nemmeno pubblicato un album all’epoca, ma solo demo. Eppure, una volta sul palco, questi ex-ragazzi convincono eccome. L’energia che tirano fuori è da gente con 20 primavere in meno sulle spalle e, soprattutto, è palese che siano qui per divertirsi e divertire. Pezzi come ‘Live Another Day’ e ‘Welcome To The Dragon’s Den’ hanno quell’irriverenza tipica del classico metal anni ‘80 che li rende perfetti per essere suonati dal vivo. Il risultato è veramente spassoso. Per quanto ci riguarda, quindi, ben tornati!

Siamo ormai arrivati intorno alle 22:00 quando sale sul palco un’altra band tedesca, gli Wheel. Rispetto ai Sacrilege, le sonorità si fanno decisamente più plumbee e inquietanti, ricatapultandoci nel più classico doom metal con sfumature epiche. Melodie malinconiche e riff pachidermici si alternano in un set di buon livello, anche se i suoni della chitarra di Benjamin Homberger sembrano avere qualche problema, forse di natura tecnica, che ne frena un po’ l’impatto. Ed avendo il gruppo un solo chitarrista, ne risente un po’ tutto il sound. In ogni caso, il gruppo tedesco sa come creare atmosfere inquietanti e sofferte e il frontman, Arkadius Kurek, tiene bene in pugno l’audience con il suo stile stralunato e teatrale che può ricordare quello di Emiliano Cioffi dei nostrani Epitaph. Da rivedere.

Ed ecco quindi il momento forse più atteso da molti dei presenti: l’esibizione dei The Doomsday Kingdom, il nuovo progetto di Leif Edling dei Candlemass, il vero padre del doom metal moderno, colui che ha preso la lezione di Tony Iommi e l’ha trasformata in qualcosa di nuovo e indimenticabile. Motivi di salute hanno costretto Leif a diradare le sue apparizioni live negli ultimi anni, e questo rende il suo booking per questo show da parte degli organizzatori ancora più significativo e degno di nota. Ad accompagnare Leif in questa sua nuova avventura troviamo musicisti di valore assoluto come Marcus Jidell alla chitarra (già partner in crime del bassista negli Avatarium), Andreas Johansson alla batteria e Niklas Stålvind (cantante e chitarrista negli Wolf) alla voce. L’album di debutto della band, uscito da alcuni mesi, è l’ennesima testimonianza della sagacia compositiva di Edling, capace di reinventarsi sempre con successo in ogni suo progetto, senza per questo rinunciare ai suoi marchi di fabbrica: riffing monolitico, melodie malinconiche e atmosfere drammatiche. Caratteristiche perfettamente ricreate dal gruppo in quel di Malta con un’esibizione assolutamente fantastica. L’atmosfera calorosa del festival sembra fare bene a Leif, che appare più che tranquillo e rilassato, spesso sorridente; Johansson è il solito martello dietro le pelli e su Jidell, forse, non vale nemmeno la pena sprecare parole, visto che la sua bravura è davvero sotto gli occhi di tutti sin dal debutto degli Avatarium. È invece necessario applaudire la prestazione di Niklas Stålvind, perfettamente a suo agio nel ruolo di frontman anche senza imbracciare una chitarra e capace di rendere alla perfezione anche in sede live le vocals maligne e teatrali che abbiamo potuto ascoltare sull’album. Per non parlare del fatto che si dimostra anche un ottimo bassista sostituto quando Leif decide di passare alla voce per ‘God Particle’, brano dedicato a suo figlio, che aveva in effetti già cantato anche sull’album per via della particolare importanza che riveste per lui la canzone. Non penso ci sia una sola persona nello Chateau Busketts non rapita dalla performance della band, che per chi scrive è stata la migliore di tutto il festival.

Il compito di salire sul palco dopo cotanta magnificenza non è semplice, ma spaventare dei veterani come gli Hell è quasi impossibile. Chiunque li abbia visti sa che la band inglese mette insieme non solo talento strumentale e compositivo, ma anche una grande presenza scenica e tutta una serie di accorgimenti di stampo prevalentemente teatrale che li rendono unici nel panorama metal. Del resto, proprio il teatro è l’occupazione principale di David Bower, che anche a Malta ha dimostrato di essere un frontman a dir poco eccezionale: magnetico, dotato di una voce assolutamente convincente e capace di tenere alta la tensione, con il pubblico che pende dalle sue labbra tra una canzone e l’altra. La scaletta è più o meno sempre la solita, anche perché gli impegni soprattutto di Andy Sneap hanno tenuto la band lontana dalla creazione di nuovi brani negli ultimi 4 anni, ma lo spettacolo resta di prim’ordine, nonostante i problemi. A un certo punto, infatti, il laptop deputato alla riproduzione delle basi di tastiere decide di smettere di funzionare, ma David Bower non perde occasione di uscirne comunque vincente, trasformando il tutto in una gag che coinvolge anche il pubblico. L’esibizione del quintetto britannico si chiude con l’inno ‘On Earth As It Is Hell’, la degna conclusione di un’altra bellissima edizione del Malta Doom Metal Festival. E come sempre, si va tutti a casa con una voglia matta di ritrovarsi anche l’anno prossimo. E questo è il miglior complimento che si possa fare ad Albert, Glen e tutti gli altri dell’organizzazione. Doom on!

Testo di Dario Beretta
Foto di Stefano Vella Photography

 

Dario Beretta

Dario Beretta

Chitarrista dei Drakkar e dei Crimson Dawn, Dario ha sempre coltivato la passione della scrittura, prima in Metal Hammer e poi in diverse testate web. Sino ad approdare nel 2016 a Loudandproud.it

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