Loud Reports

PARADISE LOST – Il report del concerto @ Phenomenon, Fontaneto D’Agogna (NO) – 28.10.2017

E’ il sottogenere del metal che meglio riesce a mettere in musica la solitudine e la malinconia più profonda di un mondo che pare avere il destino segnato. I circoli giovanili dove si suona metal hanno una programmazione concertistica che non può prescindere da questo sound perché moltissimi ragazzi che imbracciano per la prima volta la chitarra ed il basso non vogliono che suonare nel modo più heavy e lento possibile. E’ il sound che, in modo quasi unanime, si considera come il precursore della musica heavy metal. E’ il suono dei leggendari Black Sabbath, mai tanto attuali, anche dopo ‘The End’. E’ il doom metal, che in questa splendida serata al Phenomenon è stato degnamente celebrato da una formazione storica di primaria importanza nell’evoluzione del genere e da due interessanti gruppi più giovani. Quello di Fontaneto D’Agogna (NO), località decisamente fuori mano per molti dei fans dei Paradise Lost arrivati un po’ da tutta Italia, si è rivelato un locale davvero ospitale ed adatto ad ospitare un package doom di assoluto livello internazionale.
Il doom dei portoghesi Sinistro, ad una prima superficiale impressione basata esclusivamente sulla loro live performance odierna, potrebbe sembrare quello più convenzionale e tradizionale della serata dal punto di vista musicale ma anche quello più teatrale dal punto di vista vocale. E’ infatti la frontwoman Patrícia Andrade a calamitare l’attenzione del pubblico e ad attirare i primi convinti applausi del crescente pubblico in arrivo al Phenomenon. Da un attento ascolto del materiale di studio va detto che quello dei Sinistro è invece un sound molto più sperimentale su disco, presentando elementi di trip hop che ricordano i Portishead, passaggi che richiamano i Deftones e parti atmosferiche che ricordano alcune cose dei The Swans, il tutto a contaminare i tradizionali riff sabbathiani della band. In questa serata (non sappiamo se il discorso valga anche per il resto del tour) il gruppo ha dovuto fare a meno del bassista/tastierista, le cui tracce sono state riprodotte on stage da parti preregistrate, ma probabilmente il settaggio dei suoni ha fatto sì che emergesse in modo più evidente la matrice doom più classica grazie al notevole impatto delle due chitarre. La formazione ha dato prova di buona pulizia esecutiva, pur non trattandosi di un gruppo che fa sfoggio di solismi di altissimo livello. L’esibizione dietro al microfono di Patricia a tratti ci riporta alla mente addirittura la leggendaria Diamanda Galas, un’icona totale della musica più sperimentale. La magrissima vocalist lusitana ha capacità recitative notevoli, e vederla interpretare i brani servendosi unicamente della voce, della mimica facciale e dei movimenti delle braccia, arrivando quasi a “strozzarsi” con la propria maglia, ha reso ancor più “soffocante” ed opprimente il sound dei lusitani. Il gruppo ha presentato brani dall’album ‘Semente’ come la convincente ‘Partida’ ed un assaggio dal prossimo album ‘Sangue Cassia’, intitolato ‘Abismo’, ispirato brano di doom ossianico purissimo davvero convincente. Tra questi portoghesi Sinistro, gli americani Windhand ed i più sperimentali polacchi Obscure Sphinx, che abbiamo visto dal vivo negli ultimi mesi, il doom metal in salsa rosa ci ha convinto pienamente. Promossi quindi questi Sinistro, soprattutto in virtù della teatralità e di una rendition vocale davvero di alto livello da parte della Andrade. Sentiremo ancora parlare di lei e dei suoi Sinistro.
C’è sempre una soddisfazione speciale nello scoprire/ascoltare dei talentuosi giovani gruppi prima della stragrande maggioranza degli appassionati, e questa aumenta quando diventa ancor più evidente l’evoluzione inarrestabile del gruppo. E’ il caso dei Pallbearer, il talento di questi quattro ragazzi dell’Arkansas è davvero purissimo. In primis perchè la formazione dispone di una coppia di chitarre di rara bravura nella pur florida scena doom metal attuale. Sono infatti tantissimi i gruppi di queste sonorità che sembrano interessati principalmente a suonare lenti ed ultraheavy, cercando di riprendere il sound degli Electric Wizard di ‘Dopethrone’ e ‘Witchcult Today’ ma senza sviluppare la tecnica esecutiva e l’affinamento del songwriting che hanno portato i Pallbearer a navigare in acque sempre più progressive, supportati dalla tecnica della sezione ritmica formata da Joseph D. Rowland e Mark Lierly. L’ultimo album (il terzo del gruppo) ‘Heartless’ è riuscito a far emergere queste influenze prog in modo sensazionale ed il supporto a livello promozionale e distributivo della Nuclear Blast (che è anche la label dei Paradise Lost) stanno facendo il resto, dando maggiore visibilità ad un gruppo che avevamo già visto nel tour del precedente album ‘Foundations of Burden’ in una pregevole esibizione bolognese davanti ad una sessantina di persone. Ora i Pallbearer possono davvero sprigionare tutto il loro talento senza freni di alcun tipo. I passaggi chitarristici della coppia costituita da Brett Campbell e Devin Holt mettono i mostra giri armonici senzazionali che sono davvero una goduria. Brett si disimpegna ottimamente pure dietro al microfono, forte di una voce in grado di raggiungere note più alte della media del genere, che permettono alla band di dipingere linee vocali e cori che del prog hanno anche le partiture musicali e la ricchezza sonora tipica del genere. Anche il prog, proprio come il doom, è un genere esploso nei meravigliosi anni ’70. In questo senso i Pallbearer sembrano davvero un incontro tra il meglio di due mondi solitamente ben distinti: quello della pesantezza più oscura con quello delle melodie vocali sorrette da ritmiche sempre cangianti. Inultile dire che i brani dei Pallbearer sono tendenzialmente lunghissimi e ricercati, tanto che in meno di una cinquantina di minuti abbiamo ascoltato solo cinque brani, con l’esecuzione di ‘Worlds Apart’ da ‘Foundations Of Burden’, di ‘Fear And Fury’ dall’omonimo EP e della nuova ‘Dancing In The Dark’. Fantastici i Pallbearer, disponibilissimi anche off stage, con una menzione particolare per il bravissimo bassista Joseph D. Rowland, il più carico del gruppo sul palco nonché il songwriter della band insieme a Brett Rowland. Speriamo di rivederli davvero presto.
Quello del ritorno al Doom dei Paradise Lost, e la maiuscola è alquanto voluta in questo caso, i fans della band di Halifax l’avevano atteso da tantissimo tempo. Con il precedente album ‘The Plague Within’ erano tornate le harsh vocals di Nick Holmes, ora più secche e meno profonde che in passato, mentre con il nuovissimo ‘Medusa’ i tempi si sono dilatati ed i brani hanno abbracciato in tutto e per tutto le sonorità del doom. L’eccezione è rappresentata da alcuni brani più dinamici, anche perché il doom non è solo lentezza, come ‘From The Gallows’, non a caso scelta dalla band per iniziare lo show all’insegna dell’energia. Chi conosce la band dal vivo sa bene come la mobilità on stage non sia il pregio di una formazione che ha unicamente nel chitarrista ritmico Aaron Aedy l’unico musicista autenticamente carico ed animato sul palco. L’opening song mostra subito che al grande chitarrista solista Greg Mackintosh è tornata la voglia di suonare riff ed assoli che ricordano i seminali ‘Shades Of God’ ed ‘Icon’, dischi che furono fondamentali per cesellare il sound classico della band prima di cominciare un lungo viaggio musicale. Questo tour, per la prima volta nella storia dei Paradise Lost, la band ha provato ad utilizzare una sorta di rotazione costante della setlist, meno evidente nelle ultime date, che ha visto il gruppo variare lo show di 3, 4 pezzi quasi tutte le sere. Per chiarirci, in questa prima parte del tour sono state eseguite perle non suonate da tempo dalla band come ‘Remembrance’, ‘Shadowkings’, True Belief’ e ‘Forever Failure’ oltre che le nuove ‘Fearless Sky’ ed ‘Into The Grave’. Questa serata, in luogo di queste canzoni, sono stati invece eseguiti brani più popolari nelle scalette degli ultimi anni (o pezzi nuovi differenti) come ‘Tragic Idol’, il secondo pezzo in scaletta, che ottiene la prima piccola ovazione del pubblico e si conferma brano di gran classe, subito doppiato dalle melodie vocali su base eletronica di ‘One Second’, unico classico in scaletta dall’omonimo album. Nick Holmes non ha un inizio dei migliori dietro al microfono, ma la sua performance prende sicurezza con il passare dei brani. Dopo una bella ‘Gods of Ancient’, forse ancora più incisiva dal vivo, arriva il capolavoro ‘Enchantment’, cantatissimo dall’audience, seguito a ruota dalla ruffiana ‘Erased’, uno degli ultimi tentativi di strizzare l’occhio al dancefloor prima di tornare a ruggire con un sound più metallico. Con la titletrack di ‘Medusa’, che anche dal vivo si rivela un “instant classic”, si torna al materiale più recente, rappresentato anche dalla sontuosa ‘An Eternity Of Lies’ dal precedente platter. ‘Faith Divides Us Death Unites Us’ è l’ennesimo brano graziato da melodie splendide ma il set ha bisogno di una sferzata di energia che arriva dalla veloce ‘Blood And Chaos’, brano che mostra le doti del nuovo drummer finlandese, il giovanissimo Waltteri Väyrynen. Da un pezzo nuovissimo al brano più vecchio in scaletta, una ‘As I Die’ che Nick presenta come il brano che la band esegue da decenni, sorretto dal coro entusiastico dell’audience e dal lavoro al basso di Steve Edmonson. Si avvicina il finale dello show e con esso arriva l’apice emotivo del set, che giunge con la lentissima e stupenda gemma doom intitolata ‘Beneath Broken Earth’, con un Holmes ispiratissimo anche in veste di growler per il brano responsabile di aver ispirato la nuova svolta doom del gruppo, seguito da un altro classicissimo, l’anthem tutto da cantare facendo headbanging ‘The Embers Fire’ dal capolavoro ‘Icon’. I bis regalano nuove emozioni con la già classica ‘No Hope In Sight’ da ‘The Plague Within’, le ispirate melodie vocali della fresca ‘The Longest Winter’ e la conclusiva ‘The Last Time’ (con mia soddisfazione scelta al posto del singolone ‘Say Just Words’). Che dire, una di quelle serate indimenticabili per gli amanti di questi suoni cupi e profondi. C’è un motivo se il doom, dopo una vita passata nell’underground, riesce ancora ad essere credibile ed emozionare. Nessun altro genere pare capire il disagio di un intero pianeta come il pianto di una chitarra elettrica sorretta da una sezione ritmica ossessiva e da vocals profonde e magnetiche. Doom on!

Foto di Sabina Baron

Massimo Incerti Guidotti

Massimo Incerti Guidotti

Ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: tre incarnazioni del Sabba Nero in altrettante decadi, il canto di un Dio tra Paradiso (Perduto) ed Inferno, i fiordi ed i Kamelot in Norvegia, lo Sweden Rock Festival, il Fato Misericordioso ed il Re Diamante, il sognante David Gilmour a Pompei, i Metal Gods in Polonia, uno straziante Placido Domingo alla Scala. Sono stato sommerso dal fango in Svizzera per il 'Big 4'... ma sono ancora qui. E tutti quei momenti non andranno mai perduti nel tempo, perchè: "All I Want, All I Get, Let It Be Captured In My Heart".
Modenese, metallaro, milanista, nonostante tutte le sue nefandezze, amo la vita e la possibilità che l'arte (a 360°: in primis cinema, letteratura e fumetti) mi offre di viaggiare con la mente sprigionando la mia fantasia. Basta un disco o un concerto per sentirsi in Finlandia sotto una nevicata, anche se il paese più affascinante e variopinto del mondo rimane la nostra Italia. Doom on!

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